Paul Parfait
L'assassino
del bell’Antonio
a cura di
Luigi M. Reale
In copertina
La scoperta del cadavere
illustrazione di Si/bowette (Adriano Minardi)
“La Tribuna: supplemento illustrato della Domenica”
anno I, num. 13, 26 marzo 1893, p. 104
Paul Parfait
L'assassino del bell’Antonio
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Paul Parfait
L'assassino
del bell’Antonio
a cura di Luigi M. Reale
ineBook
2023
Edizione originale: L assassin du bel Antoine
Paris, Michel Lévy frères éditeurs, 1873
Copia digitalizzata in Gallica - Bibliothèque numérique
de la Bibliothèque nationale de France:
gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k58537561
Il numero 7 di via delle Tre Corone a V. è
occupato da un imponente edificio la cui facciata
polverosa desidera invano da molti anni
un’imbiancatura. Un cartello di lamiera lo segnala
da lontano all'attenzione dei viaggiatori, cartello
dove, sotto le cicatrici del tempo e il lavacro della
pioggia, appena si distinguono le iniziali di queste
parole:
AU
AA,
ROUGE
e, fra le due parole, un tricorno del colore indi-
cato. Per fortuna, il cartello, ripetuto sulla fac-
ciata, si riesce a decifrare più facilmente tra le fine-
stre del primo piano, e il significato è chiaro da
questa esplicita frase che si legge al di sotto:
Panfilo, ristoratore, locanda
e rimessa per cavalli.
"Ira le due entrate che danno accesso
all'albergo, il varco carrabile da un lato e dall’altro
una porticina rialzata di due gradini, si estende a
pianterreno un ampio salone comune doppiato
da una sala più piccola e da una cucina con
finestre che affacciano sul cortile. La sala piccola
non riceve che rari visitatori, mentre la grande,
dove si svolge l’andirivieni della casa, si anima
soprattutto allora dei pasti e anche la sera,
quando gli ospiti di passaggio insieme a pochi
avventori si rilassano mischiando le carte o
sbattendo le tessere del domino sul marmo.
Attraverso l’entrata carrabile si raggiunge il cor-
tile dell'albergo passando davanti alla cucina. La
porticina dà accesso a un corridoio separato dalla
sala comune da una grande finestra coperta da
tende sbiadite, che un tempo erano di colore rosa.
Vi si appoggia il modesto bancone della pa-
drona di casa, di modo che, guardando indietro a
ogni rintocco del campanello azionato dalla
mezza porta dell'ingresso, attraverso lo spiraglio
delle tende si può osservare l’andirivieni.
Se di giorno la vetrata, che occupa un lato della
sala, vi diffonde la luce, la sera al contrario riversa
sul corridoio esterno il bagliore delle lampade con
cui è illuminato il salone. In fondo al corridoio,
una scala un po’ ripida sale alle camere numerate
del primo piano, tutte affacciate sulla strada,
mentre il corridoio è aperto sul lato del cortile da
una fila di antiche finestre del tipo “a
ghigliottina”.
Sotto queste finestre, domina all’esterno una
tenda da sole che protegge l’ambiente della cucina
e arriva sulla destra fino ad un hangar piuttosto
basso, che assolve alla doppia funzione di rimessa
e di granaio per il foraggio. Se Panfilo, l'oste del
Cappello Rosso, fosse stato più sveglio, forse
avrebbe alzato di qualche metro il muro su cui era
addossato il suo hangar; questo muro confina in-
fatti con un vicolo solitamente affollato di car-
rozze e vetture, sia per i clienti dell'albergo che di
un'officina vicina, per cui sarebbe stato un gioco
scalarlo e, costeggiando la tenda da sole, raggiun-
gere una delle finestre interne dell'abitazione.
Vero è che il malfattore, che si fosse messo in
testa di eseguire questa facile ginnastica, avrebbe
rischiato di avere come spettatori le persone allog-
giate nell’edificio principale che fiancheggiava il
lato sinistro del cortile e le cui parti inferiori erano
occupate dalle scuderie, a meno che però il galan-
tuomo, conoscendo le abitudini del luogo, non
avesse scelto proprio di fare il colpo nel momento
in cui, benché i passanti fossero già diventati rari,
la servitù era ancora tutta occupata.
Ma queste sono tutte supposizioni gratuite,
che non sarebbero mai venute in mente all’oste
Panfilo, perché V. è una città tranquilla, dove ci si
potrebbe facilmente convincere che non ci siano
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delinquenti, d’altronde i tribunali hanno poco da
fare.
Poiché il Cappello Rosso è un po’ distante dalla
grande piazza dove si tiene il mercato del grano
del giovedì, e coltivatori e commercianti di grano
non abbandonano volentieri la cerchia ordinaria
delle loro transazioni, di conseguenza l’albergo ri-
ceve un vantaggio minimo dall’animazione che
questo evento settimanale diffonde nel resto della
città.
Così, l 11 ottobre alle cinque e mezza di sera, i
rari avventori seduti nella sala comune hanno po-
tuto notare meglio l’ingresso di un viaggiatore
che, per l'aspetto, contrastava con il tenore abi-
tuale dei frequentatori del posto.
Era un giovane sui trent'anni, che calzava un
berretto di taffetà leggero, un po’ polveroso come
quello di un viaggiatore che viene da lontano.
Portava, sopra la giacca scura, una casacca blu
come i contadini di passaggio in città, ma era fa-
cile distinguerlo per una certa cura dell'aspetto
11
oltre che per il candore del viso e delle mani, in-
fatti lo straniero indossava un vestito che non gli
era abituale. Si poteva supporre, e alcuni non
mancarono di farlo, che si fosse messo quella ca-
sacca per essere notato di meno quel giorno nel
traffico della folla.
Il giovanotto era sembrato per un momento
indeciso prima di varcare la soglia. Scrutava
l’ambiente con attenzione, come chi cercasse di ri-
conoscere qualcosa. Alla fine, probabilmente sod-
disfatto dell'esame, decise di entrare nella grande
sala al piano terra dove anzitutto si fece servire un
bicchierino di cognac. Nel frattempo gettò il ber-
retto su una panca vicino a sé e parve continuare
all’interno l’ispezione iniziata fuori.
Il viaggiatore, togliendosi il cappello, aveva ap-
pena scoperto una fronte leggermente alta con
tempie depresse su cui erano appiattite due
ciocche di capelli corti tagliati dritti con rigore mi-
litare. Un baffetto bruno accompagnato da un
neo sulla fossetta del mento contribuivano non
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poco ad aumentare il fascino marziale del
personaggio.
Quello che distingueva essenzialmente la sua
fisionomia era uno strano carattere di fermezza.
Accanto a occhi azzurri di estrema dolcezza, le
linee severe del viso mostravano però anzitutto la
risolutezza e il vigore.
All'improvviso la porta d’ingresso si aprì di
nuovo, spinta da un ragazzone imberbe, con un
abito indossato di fresco, ben proporzionato,
dalle spalle squadrate.
— Ecco, il bell’Antonio!... Antonio! Buona-
sera, Antonio!, ripeté un coro di voci.
— Un momento, un momento, disse il nuovo
arrivato imponendo loro il silenzio con un gesto,
bando alle chiacchiere.
E andando dritto dall’albergatore, contento di
rivederlo:
— Vecchio Panfilo, avete abbastanza per met-
termi a letto stasera? Sono trattenuto qui in
questo cane di paese.
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— Perbacco, di quante stanze avete bisogno?
— Una sola, burlone!
— E non cenerete?
— Vedremo più tardi. Per il momento, mi ri-
servate un letto?
— Beninteso!
Il giovanotto uscì con la stessa rapidità con cui
era entrato e in mezzo alle stesse voci:
— Fanno affari, eh, queste persone? dice un
avventore per ragionare.
— A volte guadagna più lui in un giorno di
mercato che voi in un anno, vecchio mio.
Lo sconosciuto, che sembrava pensarci, fece
un cenno a Panfilo.
— La Sè libera?
— Al primo piano? chiese l’albergatore, stu-
pito di vedere che uno sconosciuto conoscesse
casa sua.
— Sì, al primo piano.
— La stanza è libera.
— La prendo.
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— Il signore ha bagagli?
— No.
Ci fu un silenzio dopo il quale il viaggiatore
continuò:
— Potreste darmi carta e penna?
Panfilo si dileguò e tornò un istante dopo con
gli oggetti richiesti. Il viaggiatore tracciò di fretta
qualche riga su un quadrato di carta che piegò
con cura. Dopodiché si alzò, rimise il berretto e
uscì. Un uomo era disteso su una panca di pietra
accanto alla porta. Andò da quest'uomo, lo toccò
sulla spalla e, dopo qualche parola scambiata, gli
mise in mano, insieme al biglietto che aveva ap-
pena scritto, diverse monete.
Quello, tutto insonnolito, annuì, come se
avesse capito; poi lo spinse più avanti, nella via
della Tre Corone, e girando nella prima svolta a si-
nistra, si immerse nella via di Parigi, che conduce
dritto al cuore della città.
Il proprietario del Cappello rosso, che dalla sua
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porta assisteva a questo breve colloquio, non gli
diede però molta importanza.
Il suo ospite si era appena acceso un sigaro
mentre passeggiava lungo il marciapiede con aria
molto rilassata. Ben presto, tuttavia, iniziò a ma-
sticare il tabacco arrotolato, in modo molto di-
verso da uno che stia godendo le delizie del fumo.
Fece tre passi e si voltò di nuovo, fissando lo
sguardo nel punto in cui era scomparso quello
con il biglietto; alla fine, non potendo più resi-
stere, gettò via da sé il sigaro appena consumato,
imboccò a sua volta nella via di Parigi e scomparve
sulle orme del suo messaggero.
Quando lo si rivide di nuovo mezz'ora dopo,
sulla strada per l'albergo, aveva ancora lo stesso at-
teggiamento sospettoso. Camminava a testa bassa,
rasentando i muri, come chi abbia il timore che si
possa intuire nel suo incedere e nei suoi linea-
menti il segreto di qualche struggente emozione.
Il giovane Toussaint, che lo incontrò sulla soglia,
fu colpito dallo strano luccichio dei suoi occhi.
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Per il resto, salì subito in camera; comportamento
che fece fare alla moglie di Panfilo questa osserva-
zione: che lo straniero sembrava abbastanza pre-
occupato di non farsi vedere in faccia.
Dopo un'ora, però, lo sconosciuto riapparve
nella sala e si fece servire la cena. Saranno state
quasi le otto e il fuoco rossastro delle lampade ap-
pese qua e là nel salone cominciò a vincere
l’ultimo pallore crepuscolare che arrivava
dall’esterno. Il commensale aveva appena finito la
sua minestra e un relativo silenzio regnava nei
gruppi sparsi, quando il bell’Antonio entrò al-
legro, con quell’ingenua libertà di modi di uno a
cui non è mai mancato nulla. Scambiò i saluti con
alcuni ospiti dando vigorose strette di mano.
Alla vista del giovane, l’oste era uscito dalla cu-
cina e accorreva, salvietta alla mano, rosso, ro-
busto, sorridente.
— Eh bene, sono io, il mio caro Panfilo, disse
ad alta voce il nuovo arrivato; allora, mi farai un
buon trattamento?
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E, dicendo questo, gli dava in confidenza una
pacca sulla spalla; e l'oste Panfilo, deliziato da
tanto onore, arcuava la schiena come un gatto
quando viene accarezzato.
— AR! proseguì felice, che bella giornata! Can-
terei per un niente. Suvvia, servimi presto e ri-
diamo insieme!
Il giardiniere Floquart, accucciato nel suo an-
golo, reggeva tra i denti, come al solito, la corta
pipa rossa.
— Cè gente troppo allegra, disse filosofica-
mente gettando da parte uno schizzo di saliva, c'è
gente troppo allegra, fa male!
L'oste Panfilo poteva sorridere. Non era una
soddisfazione da poco, anzi, per un albergatore
d'ordine... diciamo di second’ordine, per non fe-
rirlo, poter annoverare tra i suoi clienti il figlio di
uno dei possidenti più ricchi del paese.
Quando il vecchio Férou era a lungo costretto
a letto dalla malattia, fu Antonio che, sebbene an-
cora molto giovane (non aveva vent’anni), si occu-
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pava di tutti gli affari della fattoria, sovrintendeva
ai lavori, vendeva, comprava e, almeno una volta
alla settimana, veniva, o a Parigi o a V., per combi-
nare grossi affari al mercato.
Una certa regolarità dei lineamenti, ma soprat-
tutto quella solida complessione che è la suprema
bellezza dell’uomo dei campi, gli avevano fatto
guadagnare il soprannome con cui più comune-
mente veniva chiamato. Senza dubbio una pa-
droncina, guardandolo, non avrebbe trovato
troppo giustificato questo soprannome, nono-
stante i suoi occhi chiari e i denti bianchi; ma non
era alle padroncine, dopotutto, che il
bell’Antonio doveva piacere.
Si mise seduto rumorosamente, lanciando una
parola a destra, una parola a sinistra; poi, rivolgen-
dosi all’oste che gli era rimasto in piedi davanti:
— Oh bella! Caro il mio Panfilo, perché sgrani
così tanto gli occhi? Sono forse una curiosità? Il
fatto è che sto diventando raro. È così comodo
rientrare a casa e trovarci la tavola apparecchiata,
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senza essere costretti a spiluccare gli avanzi in cu-
cina, e trovare il tuo letto, i cui materassi hanno la
particolarità di farti riposare, mentre quelli di casa
ti sfiancano. Così, vedete, caro mio, quando ora
posso tornare abbastanza presto a Fresnois, non
cè pericolo che io dorma qui. Oggi avevo molto
da fare; mi sono attardato; è un peccato! Non è
colpa mia se mi fermo nella tua locanda, vero
come ti dico. Ma sarei arrivato a casa a notte
fonda, uffa, e sono così stanco!
Il bell’Antonio distese le gambe.
— E voi siete contento del mercato?
— Contento? Sì, contento, disse il giovane
contadino con aria sorniona, come se parlasse fra
sé. Allo stesso tempo, con un gesto impercettibile
e quasi meccanico, assicurò con la mano la cin-
ghia di una borsa che spuntava dal lato sinistro
della blusa.
Panfilo ebbe uno dei suoi sguardi eloquenti
che valgono più d’una frase. Lo sguardo di Pan-
filo si poteva tradurre così:
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— Questi fortunati dei Férou, hanno dei bei
soldi!
— Oh questa! riprese a voce alta il
bell’Antonio, si mangia finalmente per davvero
qui? Ho una fame da lupo!
— Eccome, non si mangia? Fece l’oste con il
grembiule; come vedi abbiamo un commensale.
— Sì, brontolò tra i denti il giardiniere Gianni
Floquart, un commensale senza mensa!
Su questa battuta, che lo fece piacevolmente
sorridere, brindò con il suo compagno, il vicino
cocchiere.
— È la tua vista che gli toglie l'appetito? disse il
bell’Antonio, ridendo di Floquart.
Rispose allora il cocchiere:
— Sembrerebbe invece che sia la vostra, perché
è appunto da quando siete entrato che ha perso
l'appetito.
Siccome una ragazza con le maniche rimboc-
cate gli aveva appena messo davanti un piatto
riempito fino all'orlo di zuppa fumante, il
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bell’Antonio trovò più piacevole intingervi il cuc-
chiaio che proseguire la conversazione. Floquart
continuò con voce da ubriaco, riferendosi allo
straniero:
— OA! quanto al bere, per esempio, beve bene.
Che tipo alterato!
In effetti, lo sconosciuto, in preda a una sorta
di febbre, dimenticando di toccare il cibo, con
aria distratta svuotava spesso il bicchiere.
— Sì, continuò Floquart, beve bene. E, con un
gesto pieno di serena maestà:
— Lo stimo, quanto al resto.
Si alzò, con il bicchiere in mano.
— Ecco, devo dirglielo.
Il suo amico cocchiere cercò di trattenerlo per
l'orlo della camicia, ma lo respinse con un “La-
sciami in pace!”.
E, avvicinandosi al tavolo dove stava lo
straniero:
— Dovete scusarmi, disse facendo toccare i
bicchieri, me lo permettete?...
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Il giovane, che si era alzato, ebbe un movi-
mento di collera subito represso; si contentò di
guardare dall’alto in basso il suo interlocutore.
— Non vi arrabbiate! disse Floquart, ho pen-
sato che da cliente abituale, e ne sono fiero, giusto
Panfilo? ho pensato che fosse mio dovere fare a un
estraneo gli onori di casa.
Lo sconosciuto fece un cenno di ringrazia-
mento.
— Il buon vino fa buoni amici, disse piano
l’ubriacone, senza rendersi conto che quello a cui
si stava rivolgendo gli voltava le spalle; sono
Gianni Floquart, di mestiere giardiniere... Con
chi ho l'onore di parlare? Questa domanda cadde
nel vuoto, perché il viaggiatore era già arrivato alla
porta. Floquart lo guardò uscire con un indescri-
vibile cenno del capo.
— Non è un chiacchierone! gridò.
Con quell’esclamazione, si era appoggiato
all'angolo del tavolo dove il giovane si era fermato
un attimo prima. L’ubriacone fece scorrere il suo
23
occhio stordito da un'estremità all’altra della sala.
Davanti a lui, il bell’Antonio stava cenando di
gusto e Floquart sembrava dare uno sguardo di
approvazione a questo robusto appetito.
Quando il contadino ebbe annaffiato il suo
dessert con una tazza di caffè, si versò un bicchie-
rino, riempì la pipa, che tirò fuori con cura da
sotto la blusa, e passò la mano sugli occhi velati
dalla fatica:
— AR! disse, appoggiando i gomiti sul tavolo,
e interrompendo la frase con uno sbadiglio, credo
che farò un pisolino.
E, voltandosi verso il ragazzo:
— A proposito, Toussaint, se alle sei non fossi
ancora sceso, non dimenticate di venirmi a
svegliare!
24
II
Verso le nove di sera, una donna, che avreste
potuto vedere scivolare rapidamente nell’ombra,
si fermò davanti alla porta dell’albergo. Era scru-
polosamente avvolta in un largo impermeabile e
un velo le copriva per discrezione il volto. Dopo
essere rimasta ansimante a due passi dalla soglia, si
assicurò, da una rapida occhiata dietro di sé, che
nessuno l’avesse seguita; e con uno sguardo,
prima, che il passaggio era libero. Così imboccò
risolutamente il vicolo, salì le scale e percorse a
tentoni il corridoio buio del primo piano. Trovò
una porta socchiusa che si spalancò ai suoi passi.
Lo sconosciuto le prese la mano e la tirò con forza
nella sua stanza.
— Elena! esclamò.
Aveva spinto la porta dietro la sua visitatrice
tremante. Con un brusco movimento, si tolse il
velo e avrebbe voluto esclamare anche lei, ma il
25
nome di Giuliano non poteva che morire sulle sue
labbra.
Il giovane allungò le braccia; lei lo respinse, na-
scondendo il viso tra le mani. Lui la fissò, muto,
turbato.
Elena poteva avere ventisei anni. Era bruna,
snella, con un viso pallido finemente allungato,
mani di rara eleganza, movimenti di squisita
grazia.
I suoi bei capelli neri, in apparenza ignari della
moda, si disponevano in bande lisce su entrambi i
lati della fronte. Noi non insegneremo alle donne
che questa semplicità di acconciatura richiede una
rara bellezza; eppure non era per civetteria che
Elena li portava, ma solo per un inutile tentativo
di rinunciare agli ornamenti mondani.
Era facile, infatti, notare nella giovane donna,
se non il completo disinteresse per il vestiario,
perché il suo abbigliamento era sempre molto cu-
rato, almeno una scarsa preoccupazione per i ca-
pricci della moda. Non indossava altro che il nero.
26
Una cara amica che l'aveva persa di vista da
qualche tempo, le chiese un giorno:
— Quindi sei in lutto?
— Sì, rispose con un amaro sorriso, in lutto
per i miei ricordi.
Questa parola da sola dovrebbe farci conoscere
Elena meglio di tutte le descrizioni della sua per-
sona e del suo carattere, perché è come la chiave
che ci apre gli abissi di questa giovane anima.
Elena era una bambina quando suo padre
morì. Cresciuta dalla madre, ne fu adorata e per
molto tempo ha ricambiato il suo affetto incondi-
zionato. Il momento in cui un nuovo sentimento
cominciò a competere con questo calmo affetto
nel suo cuore risale a un breve soggiorno che fece
vicino a V., con una delle sue compagne.
Questa ragazza aveva un fratello che di tanto in
tanto invitava degli amici di Parigi a passare
qualche giorno nel loro villaggio, allo stesso modo
in cui a sua sorella era permesso farlo con i propri
amici.
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Uno di loro fu molto colpito dalla grazia di
Elena. Non glielo mostrò, però, nemmeno con
banali attenzioni. Infatti, anziché giovargli, il
disagio, che due o tre volte aveva provato vicino a
lei le faceva credere, a prima vista, che fosse solo
maldestro.
Accadde tuttavia che, proprio il giorno in cui
Elena doveva tornare da sua madre, la mattina
partirono per una lunga escursione, e il caso volle
che i due giovani si trovassero uno di fronte
all’altro nella stessa vettura. Elena ne fu tanto più
infastidita in quanto gli occhi del suo vicino, poco
sensibili al fascino del paesaggio, non smisero un
momento di stare fissi su di lei. La ragazza ne con-
cepì una forte impazienza, che cercò di mostrare
con i suoi atteggiamenti e che alla fine riassunse,
al ritorno, con un gran sospiro di soddisfazione.
Il suo insopportabile ammiratore aveva mal
compreso quegli atteggiamenti, aveva frainteso il
significato di quel sospiro? Comunque, al mo-
mento di lasciare la carrozza, si precipitò per
28
primo ad aiutare Elena a scendere. Quest'ultima,
mentre appoggiava la punta dello stivale sulla pe-
dana, avrebbe voluto dargli la mano, ma la ritirò
rapidamente: aveva osato premerla nella sua! Uno
sguardo di Elena folgorò il giovane sfortunato.
Fece un passo indietro impallidendo e disse:
— Mi scusi, signorina!
Queste furono le uniche parole che si scambia-
rono quella volta.
Qualche tempo dopo, Elena ricevette la visita
di Clarissa (questo era il nome della sua amica).
Clarissa le disse:
— Mia cara amica, devo mostrarti una cosa.
Estrasse dal suo quaderno di madreperla un
delizioso piccolo disegno al tratto e glielo pre-
sentò, chiedendo:
— Che ne dici?
Elena lo guardò con stupore, perché era il suo
stesso ritratto.
— Stai cercando, disse Clarissa sorridendo, da
29
dove viene questo bel quadro. È l’opera dell'amico
di mio fratello che hai visto l’altro giorno a casa.
— Chi? Quel tale con i baffetti?
— Proprio così.
Elena gettò di nuovo il ritratto sul tavolo.
— Cosa cè? chiese Clarissa.
— Ma io... trovo questo signore molto
impertinente.
— Bah! proseguì Clarissa, l’impertinenza sa-
rebbe stata quella di tenerlo; ma no. La sua prima
parola, quando l’ho sorpreso a finire questo affa-
scinante schizzo, è stata: “Signorina Clarissa, stavo
lavorando per voi”. Ma vedi quindi, non è affatto
male per essere fatto a memoria. Elena si degnò di
dare un’occhiata al ritratto che la sua amica le por-
geva. Tutto sommato, era un ritratto molto gra-
zioso. Chi lo sa! un po’ lusinghiero forse, cosa che
le fece provare una certa indulgenza per l’autore, e
la serenità tornò a poco a poco sul suo viso.
Domandò e venne a sapere che il giovane in
questione si chiamava Giuliano Grandier, che era
30
pittore, viveva della sua arte ed era l’unico so-
stegno di una vecchia zia che da sola formava tutta
la sua famiglia. Clarissa non mancò di aggiungere
molti dettagli lusinghieri sull’amico di suo fra-
tello, più di quanto fosse probabilmente neces-
sario per eccitare l’attenzione di Elena, direi quasi
il suo interesse, se non avesse testimoniato, a più
riprese, quanto fosse ferita dal comportamento
dell’artista. Promise fermamente a sé stessa di far-
glielo sentire alla prima occasione. E l'occasione
non poteva mancare ad una delle visite che
avrebbe fatto a Clarissa.
La prima volta, però, la ragazza non incontrò
Grandier, come si aspettava. Ne fu molto contra-
riata, perché aveva preparato per lui due o tre frasi
ad eftetto, sulle quali, in cuor suo, contava molto.
Elena fu più felice la volta successiva. Poiché
era venuta per passare tutta la giornata con la sua
amica, ci fu un momento prima della cena in cui,
essendo la giovane sola in un salottino che dava
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sul giardino, entrò Grandier con un album in
mano.
— Siete un pittore, signore? Gli disse Elena,
dopo un semplice scambio di convenevoli.
— Sì, signorina, io dipingo paesaggi...
— AR! disse Elena con tono di comprensione,
pensavo che foste un ritrattista.
Girò la testa dall'altra parte come un arciere
troppo sicuro della freccia che ha appena
scagliato.
— Signorina... ve l'hanno detto..., balbettò il
giovane, stringendosi le mani.
— Meglio ancora, mi è stato mostrato... Sapete
che questa è un'arte terribile, che permette al
primo venuto di monopolizzare in qualche modo
l’immagine di una ragazza, così bene che nulla gli
impedisce di usare quell'immagine per soddisfare
la propria vanità.
A queste parole, Grandier aveva cambiato
sguardo. Incapace di articolare una parola, fece
solo un vigoroso gesto di diniego.
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— Il dono di un ritratto non è un segno del
più sincero affetto? Proseguì Elena senza guar-
darlo. Nemmeno tutti gli amici ne hanno lo
stesso diritto.
In quel momento il giovane era dietro di lei.
Era contento di non essere esposto al fulgore del
suo sguardo e ad un tratto ebbe uno slancio
estremo.
— La parola ‘amico’ vi è affiorata alle labbra!,
disse forte.
— Se vi degnate di permettermelo...
La bambina bruna raccolse tutta la freddezza
che poteva trovare in sé stessa per lanciare questa
frase gelida a Giuliano...
— Non permetto a nessuno di
compromettermi.
Calò un attimo di silenzio. Di fronte a Elena,
uno specchio appoggiato alla parete rifletteva il
fondo della stanza. Istintivamente alzò lo sguardo
e vide, con una sorta di stupore, Giuliano pallido
e quasi barcollante dietro di lei. La giovane sentì
33
una strana agitazione. Si mise davanti a Giuliano
veloce come un lampo e, tendendogli la mano,
con una voce carica di spontanea emozione:
— AR! Signore, disse lei semplicemente, vi ho
fatto del male!
Giuliano, deliziato, all'improvviso trasfigurato,
la guardò con occhi umidi. Le loro mani si sta-
vano quasi toccando. Si sentì un rumore di passi.
Si separarono.
Il giorno dopo Elena, pensando a Dio sa cosa,
era in piedi davanti alla finestra, con la fronte pre-
muta contro il vetro, quando un tremito la fece
indietreggiare. Aveva appena visto Giuliano pas-
sare sul marciapiede opposto. Il giovane se n'era
accorto senza dubbio, perché quando passò di
nuovo un momento dopo era l’unica finestra
dove i suoi occhi erano fissi. Elena, tuttavia, evi-
tava di mostrarsi. Era nascosta dietro la tenda che
aveva lasciato cadere, poté vedere, senza arrossire,
che Giuliano non aveva davvero un brutto
aspetto. Le sembrava persino affascinante guar-
34
darlo senza essere vista; era così affascinante che
non aveva fretta di farlo di nuovo il giorno dopo e
anche nei giorni successivi. Solo che, un bel mat-
tino, il giovane non apparve più; allora lei pensò
che fosse tornato a Parigi. È lo stesso; tornava an-
cora alla finestra di tanto in tanto, oh forza
dell'abitudine! e le sembrava a poco a poco che le
mancasse qualcosa che esitava a definire.
Una domenica mattina, entrò in chiesa e si di-
resse verso l’acquasantiera per immergervi le dita,
quando, con un movimento che sua madre non
sapeva spiegare, il libro della messa le scivolò dalle
mani. La ragazza confusa fece finta di chinarsi;
ma, più in fretta di lei, un giovane, che stava in
piedi vicino alla colonna, prese il libro e glielo
porse rispettosamente.
Se la signora Colomban fosse stata meno as-
sorta nei suoi pensieri religiosi, forse non le sa-
rebbe sfuggito il turbamento estremo dei due gio-
vani. Riprendendo dalle mani di Giuliano il suo
messale caduto, Elena trasalìi, perché sentì il fru-
35
scio di un foglio sotto la copertina del libro. Per
un momento ebbe l’idea di gettare via da lei
quello che giustamente supponeva essere un bi-
glietto del giovane; ma la paura di vederlo cadere
in mani estranee la trattenne. In mancanza di
qualcosa di meglio da fare, lo infilò tra le pagine
del libro, enumerando coscienziosamente tutte le
ragioni che potevano giustificare un'azione così
meschina.
Siamo sinceri: per quanto malvagia fosse
l’azione, Elena non rimpiangeva d’averla fatta. Si
aspettava di leggere grandi frasi: fu stupita
all’inizio, poi incantata dal tono di semplicità di
questa lettera. Nessuna parola forte, nessun lucci-
chio, niente se non rispettoso con una leggera sfu-
matura di amarezza. Se la tenerezza appariva, era
più nel tono generale che nelle parole.
Una nota aggiunta alla lettera recitava:
“Domenica prossima ci sarà un biglietto
simile a questo sotto il vostro
inginocchiatoio. Se lo lasciate lì, saprò
36
trovare il coraggio di mettere fine a dei
tentativi che sarebbero importuni per
39
VOI .
Questo post-scriptum fu molto imbarazzante
per Elena. Per quanto educata, era una vera ri-
chiesta, e il suo corrispondente le lasciava solo
otto giorni per decidere. Non cercheremo di se-
guire, durante questi otto giorni, tutte le brusche
inversioni della sua mente. A volte giurava a sé
stessa che non avrebbe in alcun modo incorag-
giato passi di cui sua madre non era ancora a co-
noscenza; altre volte, dolcemente commossa
dall’accento sincero del giovane, si chiedeva se
avesse il diritto di spezzare un cuore che sembrava
battere solo per lei.
Che l’esitazione sembri lecita o meno, sarebbe
stato crudele, in un caso così complesso, rimpro-
verare Elena per la strada che aveva seguito.
Era una donna, dopo tutto, il che significava
che era debole, desiderosa di nuove esperienze,
curiosa. Arrivò la domenica e lei lesse ancora una
37
volta, prima di andare a messa, la lettera che aveva
tenuto con sé; allora Elena fece quello che, temo ,
molti avrebbero fatto al suo posto; mentre sua
madre si velava il viso in contemplazione, fece sci-
volare tremante la mano sotto la copertina del
libro di preghiere. Un piccolo chiodo provviden-
ziale tratteneva il biglietto al suo posto.
Poiché era piegato in proporzioni minime,
Elena riuscì a trattenerlo senza difficoltà tra le sue
dita fini; poi riprese il libro, ma non riusciva più a
leggerne i caratteri. Davanti a sé, non riusciva a ve-
dere che, attraverso una specie di nebbia, gli assi-
stenti, il coro e l’altare.
Credendo che occhi invisibili la fissassero,
Elena voleva fuggire, nascondersi, restare sola; ma
il dovere la inchiodava alla sedia; doveva rimanere
immobile accanto a sua madre, pallida, con il bi-
glietto stropicciato in mano.
Non sarebbe superfluo, senza dubbio, trascri-
vere qui questa lettera, così come le dieci o dodici
che Elena ricevette allo stesso modo, per far capire
38
come ciò che all’inizio era solo l'attrazione, direi
quasi la sorpresa di un sentimento sconosciuto,
possa diventare in tre mesi un vero e profondo le-
game. Basta che Giuliano, per farsi amare, rac-
conti a Elena le modeste occupazioni della sua
vita laboriosa, le racconti le incertezze del suo pas-
sato, quelle del suo presente, le confidi a poco a
poco, con discrezione, come a un amico di cui
non si hanno dubbi, le sue fantasticherie, le sue
aspirazioni, le sue tristezze.
Cè, in questo lasciarsi andare di un’anima che
si apre spontaneamente a voi, un segno di fiducia
commovente che i cuori delicati soprattutto sono
fatti per apprezzare. Elena ne ha gustato il fascino.
Si compiaceva prima di tutto di rafforzare mental-
mente il giovane nelle sue ore di dubbio, di conso-
larlo nelle sue ore di noia; e non le sembrò di fal-
lire, il giorno in cui, cedendo alle sue suppliche,
gli scrisse finalmente quello che da qualche tempo
era così ben abituata a dirgli sottovoce.
Fu una gioia ineffabile per Giuliano ricevere la
39
prima lettera di Elena. Si sentì compreso. C'era
davvero una comunione di anime tra la sua amata
e sé stesso. Nel suo entusiasmo, scrisse alla gio-
vane, dicendole che avrebbe potuto realizzare il
suo sogno, che nulla più sembrava essere d’osta-
colo, e che aspettava solo il suo permesso per an-
dare a confessare il loro sentimento alla signora
Colomban.
Elena rispose:
«Signore,
tocca a me fare una confessione a mia
madre di un sentimento che non
avrebbe mai dovuto esserle nascosto.
Smetta d’ora in poi di farmi pervenire
qualsiasi biglietto, ma domenica
prossima, dopo la messa, venga a casa di
mia madre: le avrò parlato. Solo mia
madre ha il diritto di decidere della mia
sorte; da parte mia, non posso dirvi che
una parola: Speranza! »
Si può immaginare l'eccitazione di Giuliano
40
alla lettura di questo biglietto. Era decisamente
gradito dalla ragazza; come poteva la madre non
ratificare a sua volta questa scelta? Vide Elena alle
ginocchia della signora Colomban, e quest’ultima
che sollevava una bambina amata per stringerla
tra le braccia. Vide anche sé stesso che spingeva la
porta con mano tremante ed Elena che distoglieva
la testa alla vista; ma la signora Colomban sembrò
salutarlo amichevolmente con gli occhi; la sua
bocca gli sorrise addirittura. Gli tese la mano di-
cendo: “Figlio mio!” e tutti e tre avevano gli occhi
umidi...
Finalmente arrivò l'attesa domenica. Giuliano,
pieno di confusione, riuscì a spingere la porta
come in sogno. Elena, che era lì in piedi, voltò la
testa... come nel suo sogno! Soltanto, credette di
vedere che lei gli voltava la testa per nascondere le
lacrime. Poi una donna alta e asciutta si alzò dalla
poltrona dove era seduta e con un tono che gli
fece venire un brivido nelle vene disse:
41
— AR! lei è il giovane in questione... quello che
vuole sposare mia figlia?
Giuliano si inchinò.
- È molto bello fare del romanzo, disse la si-
gnora con tono secco, è molto bello!
Diceva questo con l’aria di chi non ci crede af-
fatto, ma è disposto a fare una concessione.
- Sì, è molto bello! Soltanto, come non si vive
di “amore mio bello” né di “ti adoro”, conviene
prima di tutto andare al dunque... Volete
accomodarvi?
Se quest’ultimo invito gli fosse stato fatto da
un presidente di una corte d’assise, Giuliano non
ne sarebbe rimasto meno turbato.
— Vediamo, chiese la signora Colomban
quando ebbero preso posto, che cosa fate?
— Io dipingo.
— Oh sì, me l'ha detto mia figlia. È molto
bella, la pittura; ma voglio dire, la vostra condi-
zione, di che cosa vivete?
42
— La mia condizione, ma... è quella di dipin-
gere, disse Giuliano, spalancando gli occhi.
— Ah bah! esclamò la signora Colomban, non
meno stupita, facendo il gesto di spennellare, e
voi vivete di questo?
Giuliano strinse le labbra, tremando un po.
Ci fu un momento di silenzio imbarazzato. Il
povero ragazzo aveva fatto così tanto per conte-
nersi fino a quel punto che gli vennero le lacrime
agli occhi.
— Mio Dio, signora, disse con voce com-
mossa, ammetto che è un mio grande torto non
essere milionario; ma noi altri artisti abbiamo al-
meno la consolazione del soldato, perché anche
noi abbiamo il bastone del maresciallo nella no-
stra giberna. A ognuno può arrivare un giorno la
celebrità, media o grande, e la fortuna con essa.
Lavorerò così duramente che alla fine otterrò il fa-
vore del pubblico come qualsiasi altro. E quando
mi dico che non è più solo per me che lavoro, che
è anche per una donna amata...
43
— Ta ta ta! interruppe la signora Colomban,
bando ai discorsi; quanto guadagnate?
— È difficile per me fissare una cifra, a volte di
più, altre di meno, dipende se l’anno è buono o
cattivo, da tre a quattromila franchi, presumo.
— Mettiamo tre... E in questo consiste il vo-
stro patrimonio?
— Godo inoltre d’una piccola rendita lascia-
tami da mio padre... un migliaio di franchi. Tutto
questo è ben poca cosa, lo so; ma se la signorina
Elena si sente lo stesso coraggio che ho io...
Elena stava per parlare. Sua madre, con un
cenno, le impose il silenzio.
— Se lei stessa, signora, continuò timidamente
Giuliano, fosse in grado di aggiungere anche solo
un po’ alle nostre modeste risorse...
— Mio marito, disse la signora Colomban, mi
ha lasciato appena di che vivere; e non posso dare
nulla a mia figlia. Quindi, se so contare, tre più
uno... sono quattromila franchi al massimo di cui
disponete per provvedere alle necessità della fami-
44
glia. Quattromila franchi, un pezzo di pane a Pa-
rigi! E tutto dipende dalla fortuna.
Si accorse senza dubbio dello stupore che le
sue parole provocarono sul volto di Giuliano,
perché continuò con un tono più morbido:
— Vi sembrerò molto difficile, signore, soprat-
tutto per la mia situazione finanziaria. Ma, per il
fatto stesso che mia figlia non ha nulla, è ancora
più imperativo, ai miei occhi, darla in sposa solo a
un uomo che possa largamente provvedere a man-
tenerla e possieda abbastanza da non doverle mai
rimproverare di essere entrata in casa sua a mani
vuote. Potreste dire che sono ambiziosa. Ho
un’'ambizione, in effetti, che è quella di vedere la
mia bambina felice, libera soprattutto da tutte le
preoccupazioni che la necessità procura; così,
finché avrò vita, piuttosto che sposarsi male,
Elena resterà zitella.
Queste ultime parole erano state pronunciate
con una tale decisione, si sentiva in esse una vo-
lontà così ferma, che Giuliano ne fu come stor-
45
dito, e rimase per qualche istante a raccogliere i
suoi pensieri.
— Signora, disse alzandosi all'improvviso, mi
concedete due anni per farmi una posizione che
plachi tutte le vostre preoccupazioni materne?
— Due anni sono molto lunghi, e chissà se du-
rante questo periodo...
— Diciotto mesi?, disse risolutamente il
giovane.
La signora Colomban, voltandosi verso Elena,
incontrò gli occhi imploranti della figlia.
— Ve li concedo, disse.
Giuliano tirò un sospiro di soddisfazione.
— Ora, continuò la signora Colomban, non
cè bisogno che vi dica che, d’ora in poi, ogni rela-
zione compromettente per mia figlia deve cessare.
Non voglio, per il bene di Elena, tornare alle colpe
di un passato che deploro; ma sono ansiosa che,
finché non ci sarà nulla di nuovo, non ci siano più
parole o lettere scambiate tra voi ed Elena.
— Almeno, signora, mi permetterà di vederla?
46
— Sì, disse la signora Colomban, scuotendo la
testa, tra diciotto mesi.
Il giovane non poteva reprimere un moto di
disperazione. Elena si precipitò verso di lui e, con
un rapido gesto, gli prese la mano:
— Coraggio! disse.
La signora Colomban attirò la figlia verso di sé.
Le due donne si tenevano strette l’una all’altra.
— Signore, disse la signora Colomban indi-
cando Elena, per pietà di questa bambina...
— Me ne vado, disse Giuliano. Arrivederci, si-
gnora! Arrivederci... Elena!
La ragazza indovinò queste ultime parole piut-
tosto che sentirle, tanto la gola dello sventurato
era stretta dall'emozione.
Quando lui fu uscito, lei si lasciò cadere su una
sedia e scoppiò a piangere.
Ah, neanche questo era l’esito che si aspettava,
quando la mattina, balbettando la terribile con-
fessione, si era appoggiata al petto di sua madre.
Quel giorno, mentre si rannicchiava, le sem-
47
brava che le cose stesse gli sorridessero. E ora,
quale disincanto, che amara tristezza! Non è stata
anche colpa di entrambi? Da bambini, nel castello
che ognuno di loro stava costruendo nella propria
immaginazione, perché avevano fatto spazio solo
al sogno e non alla realtà? Come l'architetto, ave-
vano innalzato dei bei piani fino al cielo, solo che
avevano dimenticato le scale. Non è stata colpa di
entrambi? Elena se lo chiedeva davvero.
Per fortuna, non si può piangere di continuo.
Se le lacrime fossero meno rare, forse anche i
cuori innamorati finirebbero per gustare meno il
fascino pungente e struggente delle lacrime. Elena
pensò che dopo tutto aveva il diritto di sperare;
Giuliano era coraggioso e inoltre la amava; non
era tutto quello che serviva per vincere? Costretta
a rinunciare persino a vederlo, rileggeva le sue let-
tere e poteva credere di sentirlo ancora.
Un toccante richiamo d'amore! Era di dome-
nica, al ritorno dalla messa, che Elena prese l’abi-
tudine di scorrere queste pagine già note, come se
48
volesse persuadere sé stessa che non c’era nulla di
cambiato, e che la lettera accartocciata che stava
aprendo era ancora attaccata allo schienale della
sedia.
Solo una persona poteva darle notizie di Giu-
liano, Clarissa, divenuta la confidente del loro
sentimento reciproco. Lei sapeva dalla sua amica
che il giovane aveva messo da parte i pennelli per
tentare la fortuna in altri modi. Così, fu tenuta al
corrente di tutti gli sforzi coraggiosi di Giuliano,
sforzi tanto spesso vani, ahimè!
Un giorno Clarissa gli diede dei fiori e le disse:
— Saluto subito Giuliano.
— Che era venuto a fare qui?
— Il suo addio, disse Clarissa dopo un attimo
di esitazione.
— Se ne va?
— Sì, non essendo in grado di trovare qui la
condizione indispensabile per la vostra unione, ha
deciso di andare a cercarla altrove.
— Dove sta andando allora?
49
— In America.
Elena aveva appena ricevuto un colpo dolo-
roso. Si portò la mano agli occhi e la ritirò tutta
umida.
— Al momento della partenza, non avrai una
parola d’incoraggiamento per il povero ragazzo?
Le domandò Clarissa.
— Sì! rispose forte Elena.
E improvvisamente, risoluta, si avvicinò al ta-
volo, intinse la penna nel calamaio e, su un foglio
bianco, tracciò queste sole parole:
“Giuliano, vi amo!”
Poi, dando il biglietto all’amica:
— Puoi consegnarli questo.
Un leggero rumore si fece sentire dal lato della
porta.
— Ma, disse Clarissa, girando la testa a metà,
chi ti impedirebbe di darglielo tu stessa?
— Alui!
— Perché no? disse Clarissa con un movi-
mento significativo.
50
Elena, mossa da un presentimento segreto, si
voltò bruscamente.
Giuliano era in piedi davanti a lei.
— Oh, perdonami, perdonami, Elena, se non
ho potuto resistere al desiderio di vederti ancora
una volta!... ma, al momento di lanciarmi in
nuove imprese, al momento di intraprendere il
mio viaggio, sapere che sei così vicina e non dirti
neppure addio, sarebbe stato troppo crudele.
— Ahimè! te ne vai, sospirò Elena.
— Sì, parto! Ho l’idea che il destino che è stato
così contrario a me fino ad ora sarà più favorevole
altrove. Vado a cercare fortuna. E poi, ti devo con-
fessare, mi sembra che il movimento mi farà bene.
Qui, nella costrizione che mi impone la nostra se-
parazione forzata, sto davvero soffocando. Ho bi-
sogno di aria, di attività, di spazio... Ah, non è
senza feroce combattimento che ho preso questa
importante risoluzione; ma sarò più separato da
te lì dove non sei, che qui dove sei e dove mi è
proibito vederti?
S1
Elena ascoltò queste parole con gli occhi bassi,
con un'emozione struggente.
— Ah, gridò lei, alzando la testa in preda alla
disperazione, pensate che anch'io non abbia bi-
sogno di coraggio?!
Poi, come se si vergognasse del sentimento che
si era appena lasciato sfuggire, prese il viso tra le
mani e lo tenne nascosto. In questo movimento, il
biglietto che aveva ancora in mano le era sfuggito
dalle dita. Clarissa fece segno a Giuliano di racco-
glierlo. Il giovane aprì il foglio e ne lesse avida-
mente il contenuto. Un incanto indicibile illu-
minò il suo viso.
— Elena, Elena! gridò, afferrando una mano
della ragazza e portandosela alle labbra. Ah, ora
posso andare! Con questo prezioso talismano, vo-
glio sconfiggere il destino che si è messo contro di
me. Caro talismano! dopo avergli dovuto la mia
fortuna, ho anche intenzione di dovergli la mia fe-
licità, perché io te lo presenterò un giorno al mio
52
ritorno, Elena, e ho fiducia in lui! ... Allora la-
scerai cadere la tua mano nella mia.
— Potete stare tranquilli, disse Clarissa sorri-
dendo, questa confidenza resterà segreta.
E, vedendo Elena barcollare:
— Ma potete venire, Giuliano; scappate via
presto!
I giovani si scambiarono un ultimo addio.
Il giorno dopo, Giuliano si imbarcò per le
Americhe. Così i giorni passarono, e le settimane
e i mesi. E i diciotto mesi scivolarono via e i due
anni pure.
Una mattina che la signora Colomban aveva
appena ricevuto una visita inaspettata, chiamò
sua figlia e la fece sedere accanto a lei:
— Elena, la mia salute è da tempo vacillante.
Non posso farmi illusioni sulla mia condizione.
Non bisogna attendere l’ultimo momento per
pensare alla propria sorte.
— Mamma!, disse Elena in tono di
rimprovero.
53
— Non potrei avere che una paura, se dovessi
morire, proseguì la signora Colomban, una paura
terribile di lasciarvi senza sostegno con risorse
modeste come le nostre. Sia lodato il cielo, la vi-
sita che ho appena ricevuto mi ha fatto svanire
questa paura.
A questo preambolo, l’ansia si era dipinta negli
occhi di Elena.
— Mi è stato offerto un ottimo partito per te,
mia cara bambina.
— AR! disse la ragazza con il gesto di chi abbia
ricevuto un colpo al cuore.
— Sì, un partito molto buono, proprio qui,
un uomo posato, un magistrato, con buone rela-
zioni, facoltoso e rinomato, che non guasta per
nulla. Voleva sposarsi; gli hanno parlato di te. Ti
ha visto, sembra, e ti trova adorabile. Infine, pare
che, senza che nessuno di noi avesse dubbi al ri-
guardo, la vostra unione era nell'ombra una cosa
fissa, conclusa; bastava informarci. Questo è ciò
54
che siamo venuti a fare stamattina. Tra due giorni,
scopriremo se le circostanze sono favorevoli.
— E che intenderesti rispondere, madre mia?
— Ma, ho intenzione di rispondere che per me
va benissimo.
La ragazza si fece coraggio.
— Eppure, mamma, se la persona in
questione...
— Se a me piace, non cè dubbio che non
piaccia anche a te.
— Mase io stessa...
— Basta così, disse la signora Colomban in
modo brusco, interrompendo la conversazione.
Elena abbassò la testa.
Due mesi dopo, si chiamava signora Marcillac.
55
II
È tempo di tornare ai due personaggi che ab-
biamo lasciato faccia a faccia nella piccola camera
della locanda del Cappello rosso.
L’emozione iniziale li aveva ammutoliti. Giu-
liano ruppe il silenzio.
— Cara Elena! disse, andando verso la signora
Marcillac, avete avuto pietà di me. Oh! grazie,
mille volte grazie!
— Sì, sono arrivata, disse Elena, e allo stesso
tempo gettò lo sguardo inquieto attorno a sé,
come se temesse di incontrare nella stanza altri
occhi che quelli di Giuliano. È stato un passo
molto imprudente da parte mia, molto avventato
forse, ma ho sentito che vi dovevo delle
spiegazioni.
— Ahimè, non mi dovete nulla, Elena; avete
appena il diritto di ricordare.
— Non mi state accusando, vero?
56
— Io vi accuserei, povera bambina!, e di cosa?
Mi avete aspettato lealmente per più di due anni,
vi ringrazio per questo. Alla fine, la signora Co-
lomban pensava di assicurare felicemente il vostro
futuro sposandovi con un uomo che vi era scono-
sciuto. Avevate il diritto di parlare contro la vo-
lontà suprema di una madre, e ancora di più, di
una donna morente? No, senza dubbio; ma se,
per mia eterna disperazione, si potesse fare un tale
sacrificio, non sareste ancora più da compatire di
me?
— Giuliano! mormorò Elena, soffocando un
singhiozzo.
Il giovane scosse la testa:
— Vedete che so tutto!
Ma lei disse forte:
— Ah! solo io so cosa ho sofferto!
Si lasciò cadere sul bordo del divano con le
mani strette insieme, incurante delle lacrime che
le cadevano dagli occhi e rotolavano vivacemente
lungo la seta del suo corpetto.
57
Giuliano si sedette accanto a lei e le prese le
mani:
— Povera donna, piangete! Le lacrime fanno
bene. Piangete, Elena! Tra poco mi racconterete le
vostre sofferenze. Quale cuore le condividerebbe
meglio?
— No! disse la giovane bruscamente, parliamo
invece di voi. Ho saputo del vostro ritorno da
Clarissa, ma questo è tutto. Che cosa avete fatto
lì? Che ne è stato di voi per così tanto tempo?
Perché sono quasi quattro anni che avete lasciato
Parigi. Sono quattro anni, vero?
Aveva detto questo volubilmente, asciugan-
dosi gli occhi, come qualcuno che cerca di ubria-
carsi con le sue stesse parole.
— Sì, quattro anni, sospirò Giuliano. Che cosa
volete! Invano ho cercato la mia fortuna a Parigi.
Non avevo ricevuto altro che delusioni ovunque.
I miei ultimi risparmi si erano volatilizzati in ope-
razioni di Borsa. Per gettarmi a capofitto nel com-
mercio, ho coraggiosamente detto addio all’arte. È
58
una cosa difficile, sapete, scambiare per nuove oc-
cupazioni quelle che sono state a lungo l’unico
scopo della tua vita, di dominare i vostri gusti, di
dimenticare le vostre aspirazioni, le vostre gioie, in
una parola, di abbandonare improvvisamente il
sogno per la realtà. L'ho fatto. Deciso a mettere le
mani sulla sfuggente gallina dalle uova d’oro, sono
partito una bella mattina per New York. La prima
persona che ho incontrato lì era uno di quegli
amici come ne abbiamo tanti noi parigini; direi
uno di quei conoscenti, se il carattere principale
di questo tipo di amicizia non fosse che non ci co-
noscevamo da entrambe le parti.
» Un giorno ci siamo trovati uno accanto
all’altro a teatro o uno accanto all’altro in un risto-
rante. Da allora, ci siamo salutati tra due porte o
ci siamo stretti la mano per strada: questo basta
per essere i migliori amici del mondo. Dixmer era
uno di quel tipo di amici.
» Mi salta al collo chiamandomi per nome.
Chiariamo reciprocamente la nostra situazione.
59
Dal punto di vista intellettuale, rispetto a me
Dixmer è più ricco di idee. Vede la possibilità di
allestire un banco di materie prime secondo certi
suoi calcoli che probabilmente vi interesseranno
poco, ma che devono fruttare molto denaro. Per
eseguire questo conteggio, ha bisogno di un socio
e di uno o più finanziatori. Se i finanziatori sono
ancora da scoprire, il socio è almeno trovato. Quel
socio sarò io. L'accordo fu concluso subito, ed ec-
coci qui il giorno dopo, entrambi a iniziare gli af-
fari con l’intrepido coraggio di chi non ha niente.
» Che dire, Elena? Oggi, Dixmer, Grandier e
C. è una delle ditte più fornite di New York. L'ex
apprendista ora vende beni coloniali e cotone. In
pochi anni, forse, avrà messo da parte dal suo in-
teresse annuale il suo bel milione in contanti. Per
il momento, il suo solo stipendio è più che suffi-
ciente per vivere. Fu allora che, vedendo che la
fortuna gli sorrideva, ripartì ansiosamente per il
paese. Certo, non nascondeva a sé stesso che, con
il suo ritardo, qualsiasi impegno, anche il più for-
60
male, sarebbe stato naturalmente rotto; ma
l’uomo sarebbe troppo infelice se non avesse an-
cora qualche folle speranza nel cuore. Sì, Elena,
nonostante le paure che mi assalgono, non c'è
forse qualcosa per cui benedire la Provvidenza?
Lo spero ancora...
Si fermò; la signora Marcillac abbassò la testa.
— La mia prima visita a Parigi, continuò dopo
un momento, è stata naturalmente a colui dal
quale mi era stato assicurato avrei avuto vostre
notizie. Ah! Quando ho appreso tutto ciò, vedete,
ho temuto di perdere la ragione!
Mentre diceva questo si alzò bruscamente e si
tenne la testa, come se il ricordo di quella terribile
crisi lo spaventasse ancora. Elena fece un passo
verso di lui.
— Giuliano!
— Oh, non preoccupatevi, sono calmo adesso.
Allora ero pazzo. Invano Clarissa mi ha
supplicato di non cercare di incontrarvi di nuovo,
invano suo fratello voleva che partissi per
61
l'America senza ulteriori indugi, io ho giurato di
rivedervi, Elena; un’ultima volta almeno, dovevo
vedervi di nuovo! Questa mattina, non potendo
più sopportare, ho lasciato Parigi. In poche ore la
ferrovia mi ha portato qui. Ah, se voi sapeste,
Elena, come mi sono sentito quando mi sono
avvicinato a questa città, quando ho visto i suoi
campanili e i tetti familiari delle prime case! E
dire: «Lei è qui! Dove? Non lo so, in questa
strada, su questa passeggiata forse; ma è lì! Questa
casa non sarebbe sua? Non importa, questi vecchi
alberi che vedo, anche lei può vederli ogni giorno,
questo cielo è suo, questa terra è sua, delizie! l’aria
che respiro ora è quella che respira anche lei! »
La signora Marcillac lo ascoltava in silenzio, fis-
sando su di lui i suoi grandi occhi brillanti,
mentre un sorriso amaro, che aveva spesso, le cor-
rugava l'angolo sinistro del labbro.
— Non avevo dimenticato questo albergo,
poco lussuoso, ma appartato. Ahimè, è un luogo
dove sono venuto in tempi meno tristi. Con
62
quanta fiducia, proprio in questa sala, la dome-
nica, tornando dalla messa, trascorrevo pigra-
mente le ore evocando l’ombra di colei che allora
era ancora la signorina Colomban. Avevo bi-
sogno, per l’incontro che avevo in programma
oggi, di fornire un doppio incognito; nessun
posto mi sembrava più favorevole di questa lo-
canda, frequentata solo da alcuni carrettieri e agri-
coltori. Vostro marito è talmente conosciuto che
tutti qui hanno potuto darmi il suo indirizzo. In
una parola, ho potuto anticiparvi. Mi sono sba-
gliato? La vostra presenza mi dice di no.
Elena lo fermò con un gesto.
— Giuliano, non parlate della mia presenza
qui. Se, nonostante tutte le mie precauzioni, do-
vessi essere riconosciuta... Ho orrore a pensarci! E
voi, amico mio, che imprudenza avete dimostrato!
Inviarmi il vostro biglietto attraverso quel villano,
che può parlare! Per fortuna, ero sola in casa; ma,
vedete, che questo individuo vada a raccontarlo:
la mia reputazione, quella di mio marito, così se-
63
vero quando si tratta di assolvere ai propri doveri.
Non tutti conoscete le piccole città, Giuliano. Ah,
credete, vi faccio oggi il più grande sacrificio che
qualsiasi donna onesta possa fare a qualsiasi
uomo, vi faccio il sacrificio del mio onore.
— Non è la paura che vi porta fuori strada,
cara Elena?
— La paura? disse rialzando la testa; vedete che
non ho paura, poiché sono venuta.
In quel momento c’era sotto la finestra uno
scambio di “addio” e di “buonasera” più o meno
avvinazzati e poi una voce, abbastanza alterata
dagli effetti dell’ubriacatura, intonava pesante-
mente questa canzonetta:
Fu una sera che la brunetta
Per i campi fuggì soletta,
Landerirò,
Landeriretta,
Nel bosco, dove il suo amico trovò,
AN! ah!
Costò caro alla brunetta,
Landeriretta,
64
Quando la bella a casa tornò,
Landerirò.
La signora Marcillac aveva prestato l'orecchio.
Le sembrò che il timbro di voce del cantante non
le fosse del tutto sconosciuto. Fece un cenno a
Giuliano di fare silenzio, e quando la voce si
spense, lei gli disse:
— Sentite, questo uccello del malaugurio?
Costò caro alla brunetta,
Quando...
— Siete pazza! interruppe Giuliano con dol-
cezza. È dunque un bisogno della vostra natura
nervosa tormentarvi così? Si fa notte, eravate av-
volta nel vostro stretto mantello. Chi vi avesse
visto entrare qui non sarebbe in grado di ricono-
scervi. Il mio biglietto di prima, l'avete letto solo
voi?
Elena annuì in senso affermativo.
— Appena l’avete letto, l'avete fatto sparire?
65
Elena confermò sempre annuendo.
— Chi potrebbe sospettare di voi, sia a casa
che qui? Quanto a me, sono arrivato da poche
ore... Sono di passaggio... Nessuno mi conosce...
Ma Elena:
— Forse non siete così sconosciuto a V. come
sembrate pensare. C'è qualcuno qui, Giuliano,
che, se ignora la vostra fisionomia, conosce fin
troppo bene il vostro nome.
— Di chi vorreste parlare?
— Di Marcillac. Ahimè, possiede il segreto del
nostro passato tanto quanto noi. Non ho più
nulla da insegnargli sulle nostre relazioni d’un
tempo...
— Come ha potuto saperlo?...
— Come? Ahimè! Giuliano, non chiedete-
melo! Sappiate solo che vi detesta con tutta
l’anima. Non siete l’uomo che lo ha preceduto nel
suo amore verso di me? Ah, come vi odia!
— Ha ragione, disse Giuliano a denti stretti,
perché anch'io lo odio!
66
— Zitto! Esclamò la signora Marcillac posan-
dogli la mano sulle labbra.
Giuliano prese quella mano e, stringendo deli-
catamente la giovane a sé, disse:
— Siete infelice, Elena! Quest'uomo tiene
nelle sue mani il vostro segreto di ragazza; e la sua
gelosia ne è irritata e allo stesso tempo vi si ritira
dentro. È così, vero? Si sta vendicando per non es-
sere stato amato, facendovi soffrire per questo
amore trascorso?
— No, Giuliano, disse la signora Marcillac,
cercando di svincolarsi, vi assicuro che sbagliate.
Ma Giuliano, abbracciandola ancora più da
vicino:
— I vostri lineamenti, i vostri occhi, le vostre
labbra, tutto il vostro essere mi urla abbastanza, la
vostra sofferenza... Sì, state soffrendo! Non vi siete
lasciata sfuggire questa ammissione poco fa? State
soffrendo!
Il giovane ebbe improvvisamente un attacco di
indicibile disperazione.
67
— Voi state soffrendo, anima cara, gridò, e io
non posso fare niente!
Poi si coprì il viso con le mani e dai movimenti
a scatti del petto si vedeva che stava piangendo. La
signora Marcillac si era precipitata verso di lui.
— Giuliano! gridò lei.
Lo fece sedere, allargando le mani per asciu-
garsi gli occhi; poi prese quelle mani tremanti e le
portò avidamente alle labbra.
— Cara Elena! disse il giovane cingendole le
braccia.
Stavano in piedi abbracciati in silenzio quando
la signora Marcillac tese l'orecchio, ansimando.
— Non sentite? disse a mezza voce.
— Che cos'è?
— Abbiamo camminato lungo questo corri-
doio. Forse qualcuno ci sta ascoltando.
C'era il cigolio di una porta che si apriva
lentamente.
— È un viaggiatore che torna nella sua stanza,
disse Giuliano.
68
E la attirò vicino a sé sul divano dove lei lo
aveva fatto sedere. Lei si mise al suo fianco quasi
con noncuranza. Lui le prese le mani e le coprì di
baci.
Elena lo lasciò fare, incosciente, come se la sua
anima non fosse più dentro di lei, e non fece al-
cuna mossa per resistere quando lui le prese deli-
catamente la fronte per appoggiarla contro la sua
spalla.
Al rumore appena percettibile dell’accartoccia-
mento di un foglio sotto la sua testa, Giuliano si
portò la mano al fianco. Tirò fuori dalla tasca un
biglietto stropicciato.
— Eccolo, disse aprendolo tristemente, questo
povero biglietto che le mie dita hanno accarezzato
tante volte; che tante volte ho coperto con i miei
baci e bagnato con le mie lacrime. Elena, ripren-
detelo, che me ne farei adesso? Ah, non potevo
nemmeno sospettare, quando ne leggevo avida-
mente il contenuto, che avrei sofferto così crudel-
mente nel rimetterlo sotto i vostri occhi.
69
Elena aveva preso il foglio che Giuliano le por-
geva. Era il biglietto su cui, nello sfogo della par-
tenza, aveva gettato come un grido la confessione:
«Giuliano, vi amo!»
Tenne la carta tra le dita serrate per un mo-
mento; poi, andando alla candela, l’accese e la
gettò nel camino.
Altre carte disperse in mezzo alla cenere pre-
sero fuoco a questo contatto e d’un tratto nella
stanza si diffuse una luce di fiamma viva; poi tutto
si spense, e mentre le ultime scintille correvano at-
traverso il camino:
— Ecco il nostro passato, sospirò Elena.
E, forzando sé stessa:
— Addio! disse, tendendo la mano a Giuliano.
— Ve ne andate? disse il giovane, come se fosse
uscito da un sogno.
Elena indicò l’orologio.
— È ora... Vedete, sono già quasi le undici.
— Oh, restate ancora un momento... per
favore!
70
— Giuliano, è impossibile! Pensate, se Mar-
cillac rientrasse prima di me. Non sa della mia as-
senza; cosa gli direi?
Si era fermata. Uno strano rumore l’aveva ap-
pena colpita all'orecchio. Era come un grido attu-
tito immediatamente seguito da una caduta.
— Che cè adesso? disse la signora Marcillac.
— Non avrete avuto paura!, disse Giuliano.
La signora Marcillac si gettò rapidamente il
mantello sulle spalle e si avvolse stretta nel suo
velo.
— Quando ci rivedremo? chiese Giuliano con
tristezza. Mai, forse...
Si passò la mano sugli occhi.
— Coraggio, amico mio, disse Elena, se la pru-
denza ci proibisce di vederci ancora, sapete che c'è
un cuore che non avrà mai battuto per nessun
altro che per voi. Addio, Giuliano.
Si fermò.
— Questa volta sono sicura di aver sentito...
— Che è stato?
71
— Vi giuro che qualcuno ha appena cammi-
nato a passi lenti nel corridoio.
Giuliano andò alla porta e la aprì, ma il cielo
era così pieno di nuvole che, nonostante le fine-
stre, il corridoio era tutto in ombra. Per soddisfare
pienamente Elena, il giovane andò a prendere la
candela posata sul tavolo e fece un passo fuori
dalla stanza.
— Niente, disse dopo aver guardato a destra e
a sinistra.
Il vento soffiava su di lui piegando la fiamma
tremolante della candela.
— Avete sentito il vento che soffiava da quella
finestra, aggiunse, voltandosi di nuovo verso
Elena.
La giovane non sembrava per nulla convinta
del suo errore. Giuliano si avvicinò alla finestra e
fece scivolare la parte inferiore sollevata dell’anta
nella scanalatura. Non era, tuttavia, senza una
certa resistenza, perché un oggetto che impediva il
movimento dell’anta cadde sul pavimento.
72
— Siete rassicurata ora? proseguì con un
sorriso.
— Vedete come tremo, disse, tendendo le
mani.
— Oh, povera, povera donna! disse con un ac-
cento pieno di tenerezza. Non potete uscire così.
E la spinse delicatamente nella stanza.
— Giuliano, per favore, non trattenetemi un
momento di più. Devo andare! Guardate se la via
è libera.
Le ultime parole della signora Marcillac erano
state dette con una tale perentorietà che Giuliano
si diresse subito verso le scale. Le scese per metà,
in modo da potersi tuffare nel vicolo che portava
all’esterno; e risalendo subito, disse:
— Nessuno. La porta è ancora aperta. Fate in
fretta!
Fece qualche passo veloce verso la scala; poi, gi-
randosi con slancio:
— Ah, Giuliano, addio di nuovo, addio!
— Addio! disse il giovane.
73
Entrambi erano estremamente commossi. La
signora Marcillac, prima di abbassare il velo, tirò
fuori un fazzoletto per passarselo sugli occhi. In
questo movimento, lasciò cadere qualcosa. Giu-
liano avvicinò la candela e mise frettolosamente
un guanto e un biglietto nelle mani di Elena.
Li stava infilando in tasca e si stava dirigendo
verso le scale quando Giuliano la vide improvvisa-
mente indietreggiare per lo spavento. Qualcuno
stava salendo rapidamente le scale.
Giuliano ebbe solo il tempo di spegnere la can-
dela che teneva in mano. La signora Marcillac si
era rannicchiata in un angolo del pianerottolo.
— Chi va là? disse l’uomo che era appena ap-
parso nell’ombra.
Giuliano aveva quasi perso la voce, e il malca-
pitato che si era fermato sui gradini stava già
aprendo la bocca per ripetere la domanda,
quando lui rispose:
— Ehi, sono io, il viaggiatore della 5.
74
— AR! il viaggiatore della 5, mi scusi, disse
Toussaint. Il signore ha bisogno di qualcosa?
— No, grazie, disse Giuliano.
— Il signore vuole che gli faccia luce?
Il viaggiatore non rispose.
Toussaint lo vide tornare nella sua stanza e
strofinare bruscamente dei fiammiferi sul camino
per riaccendere la candela spenta.
Poi all'improvviso il ragazzo sentì un movi-
mento alla sua sinistra e, voltandosi, vide
un'ombra che correva su per le scale.
— Sembra che l'individuo non fosse solo,
pensò Toussaint.
E, mentre seguiva il corridoio verso la sua
stanza, si disse:
— Questa è bella! Perché diavolo mai, veden-
domi, il viaggiatore della 5 ha soffiato sulla
candela?
75
IV
All'epoca del suo matrimonio, un paio d’anni
prima dei fatti che iniziamo a raccontare, Mar-
cillac occupava, da sedici o diciotto mesi appena,
il posto di giudice istruttore nella città di V.
Era un uomo molto metodico, Marcillac. An-
cora giovane, aveva già progettato tutto. Si era
detto: «A vent’anni, sarò avvocato; diventerò giu-
dice supplente a ventiquattro, giudice istruttore a
ventinove, procuratore a quaranta». Stava en-
trando nel suo trentatreesimo anno e tutto si era
svolto rigorosamente nei tempi previsti.
Si era detto anche: «Prima dei trent'anni non
mi innamorerò, per non distrarmi dal lavoro». E
aveva mantenuto la parola.
Solo, aveva aggiunto: «Quando mi sarò fatto
una posizione stabile, quando non dovrò più la
mia condizione agiata solo alla fortuna di mio
padre, e quando avrò lavorato personalmente per
76
aumentare il rispetto che deve circondare il mio
nome, allora mi sposerò». E poiché gli era sem-
brato che fosse giunto il momento di mettere in
atto quest’ultima parte del programma, Marcillac
aveva cercato una moglie.
Aveva sentito lodare la figura e l'educazione di
Elena. Era entrato in relazione con la signora Co-
lomban e sua figlia, senza che potessero supporre
le sue intenzioni, e ben presto giudicò che nes-
suna donna era più adatta di Elena a gestire la sua
casa, più degna di lei di portare il suo nome.
Questa unione, una volta decisa nella sua
mente, non poteva non essere presto attuata nella
realtà. Confidò alla signora Colomban i suoi pro-
getti, senza esitazioni, con franchezza, dandole
ventiquattro ore di tempo per riflettere.
Il giorno stesso in cui ricevette la risposta, fissò,
seduta stante, su quali basi stabilire il contratto,
quali beni avrebbe riconosciuto alla moglie, chi
sarebbero stati i testimoni per ciascuno di loro,
infine la data del matrimonio in municipio e
47:
quella della cerimonia in chiesa, con l'ordine del
pranzo e di tutto quanto il seguito. C’era solo una
cosa a cui Marcillac non aveva pensato: che,
nell’intervallo tra il giorno della presentazione e
quello del matrimonio, si sarebbe innamorato
perdutamente di sua moglie.
Sì, un amore profondo e vivace, l’amore a
lungo represso degli anni ardenti, fece una strana
e inaspettata esplosione in questo essere abituato
a misurare ogni sua azione. Come una vetta ghiac-
ciata che viene toccata alla fine dai raggi abba-
glianti del sole, il cuore di Marcillac sentì
all'improvviso sciogliersi le sue nevi sotto lo
sguardo luminoso di Elena.
Sensazione affascinante! Gli sembrava di essere
all’alba sorridente di una nuova vita; che dire, una
nuova vita! non stava forse vivendo per la prima
volta? Tutta l'inquietudine segreta che questa esi-
stenza così quieta in apparenza aveva accumulato,
si riversava alla fine in questo affetto improvviso e
irresistibile.
78
Era come una rivolta trattenuta dei sensi, come
una fioritura misteriosa che lo riempiva di ap-
prensioni vaghe e tuttavia deliziose.
Inoltre, se si abbandonava quasi suo malgrado
ai nuovi sentimenti, sapeva sempre controllarsi a
sufficienza perché nulla li tradisse all’esterno. In-
namorato fino al delirio, rimase per tutti, dopo il
matrimonio, l’uomo severo e misurato di un
tempo. Era come il Monte Bianco con un vulcano
in seno.
Con Elena stessa, Marcillac mantenne quella
discrezione di toni e modi che, in apparenza, im-
plica meno affetto di un amabile savozr vivre.
Elena, tuttavia, non si sbagliava. Le donne hanno
un'intuizione troppo profonda del valore degli
omaggi che vengono loro tributati perché lei po-
tesse fraintendere quelli di Marcillac. Ci sono at-
tenzioni così inosservate, così leggere ma soste-
nute, che non sono solo quelle di un marito, ma
di un amante. Elena, che era in grado di apprez-
zare queste delicate sfumature, si rimproverava
79
spesso di aver reagito così male a tanta premura.
Tuttavia, non riusciva a superare una sensazione
di freddezza in presenza di colui che era stato ca-
pace di possederla, ma al quale non si era
concessa.
Questa dolorosa impressione di un cuore fe-
rito sfuggì per fortuna a Marcillac. Era una conse-
guenza naturale del suo carattere. Poco comunica-
tivo per natura, non chiedeva agli altri più slancio
nei rapporti reciproci di quanto non facesse lui
stesso. E se Elena fosse stata meno riservata nei
suoi confronti, avrebbe ancora osato pretendere
da lei la prova di una passione uguale alla propria?
Non si rendeva conto della figura pietosa che
la sua precoce saggezza poteva fare ai piedi di una
bella donna? Non sentiva abbastanza quanto
poco la natura lo avesse preparato al ruolo di
amante che un destino beffardo gli aveva asse-
gnato? Così almeno pensava, e il suo folle ardore
aumentava quanto più si soffermava su quest'idea
senza speranza.
80
Tuttavia, Marcillac era davvero troppo indul-
gente nel raccontarsi queste dolorose verità. Se
non aveva l’armamentario del seduttore, aveva co-
munque tutto il necessario per piacere: una
grande rettitudine di principi, una mente sicura,
un temperamento sovranamente onesto e leale. Il
suo carattere troppo metodico lo portava talvolta
a fastidiose minuzie, ma è giusto dire che queste
minuzie derivavano il più delle volte da un pro-
fondo senso di quella cosa suprema chiamata do-
vere. Al di sopra della coscienza non esisteva nulla
per lui.
Inoltre, sebbene non fosse orgoglioso della sua
persona, era orgoglioso del suo nome, perché un
nome è fatto di onore e probità.
Nel fisico si rispecchiava in gran parte l’auste-
rità della sua morale. Il viso di Marcillac era retti-
lineo come la sua condotta. Aveva capelli radi, oc-
chio fine, labbra strette e, sulle guance sempre ben
rasate, quella freschezza delle persone che condu-
cono una vita regolare. Non c’era nulla di troppo
81
romantico in questo insieme; ma un magistrato
non è tenuto ad avere l’aria fatale; e si può sentire
il terribile morso del cuore senza aver l’aria d’un
Lovelace.®
Otto mesi scivolarono via e Marcillac adorava
sua moglie più che mai.
Una mattina, mentre era impegnato a portare
a termine un lavoro urgente, si ricordò all’improv-
viso che un biglietto indispensabile era stato
messo da lui stesso nelle mani di Elena.
Uscì dal suo studio per bussare alla porta della
moglie. Non rispose. Bussò più forte: stesso si-
lenzio. Allora, girò la maniglia. Elena era uscita.
Con vivo disappunto, lasciò che lo sguardo va-
gasse dal tavolo vuoto al marmo della cassettiera,
dove non compariva alcun foglio, quando un se-
crétaire attirò la sua attenzione. Sulla scrivania ab-
bassata, delle scartoffie erano sparse intorno a una
carta assorbente. Marcillac non pensò di essere in-
discreto nel darci un'occhiata. Vide solo scara-
bocchi insignificanti. Qualche altro foglio era
82
sparso ancora sugli scaffali, fatture, indirizzi, ma
non era quello che stava cercando.
Tirò un piccolo cassetto, poi un secondo, poi
un terzo. Questo era vuoto, quell'altro conteneva
alcuni piccoli oggetti, gioielli da donna.
Sotto la sua mano si trovò una specie di tasca o
portafoglio di seta. Senza aprirlo, estrasse un fo-
glio. Le prime parole che vi lesse lo colpirono a tal
punto da dispiegarla in fretta: era una lettera.
La divorò febbrilmente con gli occhi, e a mano
a mano che la leggeva il suo volto diventava
sempre più livido. Quando ebbe finito, la posò
con una calma terribile; poi la riprese, la tastò, la
stropicciò sotto le dita per assicurarsi che non
stesse sognando; poi si passò dolorosamente la
mano sulla fronte, ma la ritirò tutta bagnata.
Gocce di sudore imperlavano le tempie gelate.
Marcillac si lasciò cadere anziché sedersi su una
sedia, a due passi dal secrétaire aperto.
Rimase lì per un attimo avvilito, con lo
sguardo fisso, come un uomo stordito; poi si rad-
83
drizzò, afferrò la cartella e ne trasse i ritagli di carta
che conteneva. Li dispiegò febbrilmente, uno per
uno, girandoli in continuazione, mentre li guar-
dava con gli occhi e con le labbra mormorava:
— Nessuna firma!
All'improvviso un lampo gli attraversò gli
occhi.
— Giuliano Grandier!
Mentre si lasciava sfuggire il nome appena
letto, Marcillac si sollevò come mosso da una
molla.
— Giuliano Grandier!
Poteva quindi finalmente sfidare l’uomo che
pretendeva di contendere l'affetto di Elena; e,
nell’attesa di vederlo faccia a faccia, gli rinfacciava
già il suo nome come un insulto.
— Giuliano Grandier!
Sembrava che provasse un amaro piacere nel
ripetere questo nome detestato.
Fece qualche passo nella stanza, senza fiato, an-
84
simando. La porta si aprì. Entrò la signora
Marcillac.
All’apparizione inaspettata del marito, al disor-
dine non abituale dei suoi lineamenti, capì subito
che c’era nell'aria qualcosa di grave, forse di terri-
bile; e lei stessa si sentì subito molto turbata.
Marcillac, senza dire una parola, indicò la scri-
vania. Lei emise un grido.
— Vi chiedo scusa, disse Marcillac quando
ebbe riacquistato una parvenza di compostezza, vi
chiedo scusa, signora, per aver involontariamente
penetrato un segreto che non è solo vostro; crede-
temi, avrei voluto restarne all’oscuro.
Elena rimase sbalordita.
— Non dite nulla?, continuò dopo un si-
lenzio. Così non avrò nemmeno l’ultima consola-
zione di poter dubitare di nuovo. È proprio alla si-
gnora Marcillac che queste lettere sono
indirizzate.
La giovane lo fermò.
— Non alla signora Marcillac! disse in fretta,
85
ma alla signorina Colomban. Non sapevo, potete
starne certi, quali sarebbero state le opinioni di
mia madre un giorno; ero libera da ogni impegno
quando le ho ricevute.
— E non avete rivisto l’autore di questa
corrispondenza?
— Mi permetterete, disse Elena, di non ri-
spondere a una domanda che suona tanto come
un insulto.
— Potete almeno dirmi che il vostro cuore si è
chiuso per sempre al ricordo di lui?
— Mentirei se vi dicessi questo, rispose Elena
con semplicità.
E, guardando il marito in faccia:
— Immagino che non intendiate prolungare
l'interrogatorio?
— Ancora una domanda, disse Marcillac, le
cui labbra tremavano: dov'è quest'uomo?
Elena osservò il silenzio.
— Vi chiedo dove si trova quest'uomo? ripeté
Marcillac.
86
Lei chinò il capo e disse a bassa voce:
— È morto!
Da questa scena dolorosa in poi, ogni riavvici-
namento, anche se illusorio, cessò subito tra i due
coniugi. Un abisso li separava ormai. La loro
unione, che poteva ancora essere la comunione di
due spiriti, non era più che uno scambio di favori.
Eppure entrambi soffrivano sotto la loro ma-
schera di reciproca indifferenza: Elena piangeva le
cose passate, Marcillac abbracciava con dispera-
zione i suoi sogni svaniti.
Ma qualunque fosse la segreta rivolta dei loro
cuori, né per il mondo né per loro stessi, non la la-
sciarono mai trasparire. La consueta cortesia con-
tinuò a governare i loro rapporti quotidiani e le
loro maniere non cambiarono, anche dopo che le
loro rispettive situazioni erano cambiate così
profondamente.
Inoltre, se Elena era il più delle volte costretta a
rispondere alle delicate attenzioni del marito, lo
stesso non valeva per l’uomo che le prodigava.
87
Marcillac continuò ad adorare Elena con un
amore tanto più struggente perché ormai ai suoi
occhi era senza speranza.
Un male aspro e pungente, la gelosia, era en-
trato in questo cuore da lungo tempo chiuso a
ogni emozione: la gelosia, male terribile, perché si
ribella a tutte le prescrizioni della ragione, e il pos-
sesso stesso non può guarirlo.
Dire a se stessi a tutte le ore del giorno: “Lei
ama un altro! È qui, vicino a me e, nel momento
stesso in cui la accarezzo con gli occhi, il suo pen-
siero potrebbe essere per lui!”
Dire a se stessi: “Mi guarda con timore, e a
quest'altro avrebbe dato senza contrattare fino
all’ultimo respiro il suo essere, la sua vita, la sua
anima!”
Dire a se stessi: “Questa mano che mi evita,
molte volte forse ha stretto quella di quest'uomo;
sulle sue labbra, che tremo ad avvicinare, quante
volte si sono posate quelle di lei!”
Tale è stato il destino di quest'uomo geloso!
88
Geloso di chi? Di un rivale sconosciuto, di un
uomo morto, di un'ombra sfuggente e vana! Se
lodiato essere fosse stato ancora in carne e ossa
come lui, avrebbe potuto cercarlo, inseguirlo
senza sosta e tenerlo a bada un giorno: ma niente!
Un’immaginazione, una chimera! Invano allon-
tanò dalla sua mente questo odioso spettro,
sempre lo vide riapparire. Aveva forse evocato
l’immagine di Elena in un sogno doloroso? Lo
spettro si ergeva sinistramente accanto a lei! Al-
lora il suo delirio non conobbe limiti. Nella sua
furia impotente, egli inseguiva questo fantasma,
lo afferrava per la gola e gli gridava: “Disgraziato,
ridammi la mia felicità!”
Tutto questo, come abbiamo detto, avveniva
dentro di lui. Una debole contrazione del suo viso
tradiva appena queste crisi. Quando erano pas-
sate, il suo gesto e i suoi lineamenti non ne face-
vano cenno. Marcillac però softriva ancora di più
perché le teneva più nascoste.
Nondimeno, aveva concesso alla moglie la
89
piena libertà di ricevere chi voleva, di andare e ve-
nire a piacimento, da sola o accompagnata,
ovunque volesse, e non avrebbe mai chiesto infor-
mazioni, senza essere in qualche modo invitato da
lei, su nessuna delle sue visite o uscite.
Elena non aveva quindi motivi di preoccupa-
zione così gravi come si sarebbe potuto supporre
la sera in cui lasciò furtivamente la locanda del
Cappello Rosso; eppure fu con vero sollievo che le
sembrò di capire, tornando a casa, che suo marito
non l'aveva preceduta. Infatti, dalla sua stanza,
sentì Marcillac chiudere la porta sulla strada
mezz'ora dopo di lei, e il suo passo ben noto fece,
un attimo dopo, scricchiolare appena i gradini
delle scale.
Era già a letto, ma il sonno sembrava sfuggirle.
Rimase sveglia per parte della notte, a volte di-
stesa, a volte seduta, posando e riprendendo un
libro che le sue mani tormentavano, ma che i suoi
occhi non seguivano.
Quando si addormentò era tardi; si svegliò
90
tardi anche per la candela spenta. La sua came-
riera era venuta a dirle che la colazione era stata
servita e che il signore si era seduto a tavola.
Elena indossò frettolosamente una vestaglia e,
mentre davanti allo specchio si rassettava i capelli ,
pensò, con gli occhi sull’orologio:
— Otto e mezza. Da un'ora Giuliano deve aver
lasciato la città. Se n'è andato... se n'è andato... per
sempre, senza dubbio!
Aspirò l’aria bruscamente, a denti stretti; il
petto le si gonfiò, mentre un doloroso brivido le
agitava le delicate narici. Infine, scosse la testa con
forza, come per scacciare le visioni che la ossessio-
navano, e passò nella sala da pranzo.
Marcillac era già seduto.
— Mi perdonerà, signora, se non l’ho aspet-
tata questa mattina, le disse dopo essersi infor-
mato sulla sua salute, ma devo uscire di corsa.
— Un crimine?, chiese la signora Marcillac.
— Proprio così. Un assassinio di cui il Procu-
ratore mi ha appena dato notizia. La mia presenza
91
sulla scena del crimine è ancora più urgente in
quanto, essendo malato, gli è impossibile andarci.
Mentre lo diceva, Marcillac finì il suo cappuc-
cino in un sorso e chiese il cappotto e il cappello.
— Il delitto è avvenuto in città?
— Sì, ieri sera, a quanto pare, in un albergo di
via delle Tre Corone.
— Via delle Tre Corone?
— Sì, alla locanda del Cappello Rosso.
— AI Cappello Rosso? Ripeté la signora Mar-
cillac, stordita di colpo.
Marcillac, sistemandosi labito, continuò
tranquillamente:
— Sta soppesando, a quanto pare, accuse piut-
tosto gravi nei confronti di un individuo che è ve-
nuto ieri alla locanda; un giovane, se non sbaglio.
Così dicendo, aveva aperto un foglio mezzo di-
spiegato sul tavolo e lo scorse con gli occhi per
un'ultima volta:
— Bene, disse.
E lesse: «La prego di interrogare lei stesso
92
questo giovane; è un forestiero che da ieri sera oc-
cupa la camera 5».
La signora Marcillac ebbe improvvisamente
un lampo di rosso negli occhi. Le sembrò che il
terreno sotto i suoi piedi mancasse e che tutto gi-
rasse intorno a lei. Appoggiata, quasi senza vita,
allo schienale di una sedia, ebbe ancora il coraggio
di ricevere il frettoloso addio del marito; ma,
quando questi ebbe varcato la soglia, si lasciò sci-
volare mollemente sulla sedia dove si erano ag-
grappate le sue mani; la cameriera, entrando nella
stanza, trovò la padrona svenuta.
93
V
Alle sei e un quarto, Toussaint, non avendo
visto il bell’Antonio, si affrettò a bussare alla sua
porta, come gli aveva raccomandato il giorno
prima. Era però diviso tra il desiderio di soddi-
sfare la richiesta del viaggiatore e il timore di sve-
gliare in modo troppo brusco un ospite così di-
stinto, quindi si limitò a dare due o tre colpi di-
screti e se ne andò senza accertarsi di essere stato
ascoltato.
Ma poiché il giovane Férou non era ancora
sceso, Toussaint pensò che forse aveva eseguito
con leggerezza il proprio compito e risalì al primo
piano. Questa volta non si accontentò di bussare
più forte, ma chiamò:
— Signor Antonio! Signor Antonio!
Nessuna risposta.
La chiave era rimasta fuori. Toussaint tirò il
94
chiavistello e, attraverso la porta semiaperta,
ripeté:
— Signor Antonio!
Poi, visto che continuava a regnare il silenzio,
spinse la porta e fece qualche passo nella stanza;
ma uscì subito con un forte grido e si precipitò
verso la scala.
Sull’ultimo gradino incontrò l’albergatore Pan-
filo, che correva con tutta la forza delle sue piccole
gambe.
— Là... là..., disse Toussaint, balbettando tra le
braccia del padrone e indicando il primo piano.
Là..., il signor Antonio...
— Ebbene? — Assassinato, capo, assassinato!
A queste parole, ci fu una vera e propria esplo-
sione di crisi da parte della moglie di Panfilo e
delle due cameriere, che accorsero a loro volta con
un grido. Le donne si precipitarono nella sala co-
mune con la sinistra notizia.
Ci fu un gran baccano. Due o tre clienti a ta-
vola si alzarono senza capire bene. D'altra parte,
95
alcuni viaggiatori, sentendo il rumore dalle loro
stanze al piano terra, scesero mezzo svestiti e chie-
sero anche loro informazioni. Tutti parlavano
contemporaneamente, alcuni facevano domande,
altri gridavano aiuto e non rispondevano. Alla
fine, quando si seppe la verità, si formarono come
d’istinto diversi gruppi; e, mentre i più spaventati
rimasero nella stanza al piano terra, i più corag-
giosi o curiosi salirono le scale e, su indicazione di
Toussaint, entrarono nella camera.
Era una piccola stanza con una brutta carta da
parati a fiori. La porta si apriva in un angolo, in
modo da lasciare il letto sullo stesso lato.
Di fronte al letto c'era la finestra; tra il letto e la
finestra c'era un caminetto con il piano di legno
nero e un tavolo usato come toilette.
A destra, entrando, si trovava un divano di
crine; più avanti, una vecchio e Zoppicante secre-
taire. Questo secrétaire era aperto come se fosse
stato perquisito. Ai piedi del letto si vedeva una
96
sedia vuota e, accanto, alcuni effetti personali
rovesciati.
Il vento della notte aveva abbassato una delle
persiane della finestra e, nella penombra che
questa persiana gettava sulla stanza, si vedeva ri-
splendere d’una lucentezza metallica, all'angolo
del camino, un grande orologio d’argento con la
sua catena.
I visitatori avanzarono dando le spalle alla
finestra.
Il bell’Antonio giaceva a faccia in giù sul pavi-
mento, fuori dalla sua branda disordinata. Le len-
zuola avevano in parte seguito il movimento del
suo corpo, tranne che verso il fondo, dove, meglio
rimboccate, avevano trattenuto i suoi piedi nelle
loro pieghe.
Il cadavere, così penzolante a metà, mostrava il
fianco sinistro colpito nella zona del cuore. A ma-
lapena una linea rossa e qualche gocciolina sulla
camicia della vittima segnavano il passaggio
dell’arma. Alla testata del letto, il cuscino era stato
97
gettato di lato e uno strappo triangolare, che do-
veva essere stato prodotto da un punteruolo, la-
sciava intravvedere il tessuto azzurro del
materasso.
Toussaint e coloro ai quali faceva da guida —
come i pastori che camminano dietro al gregge —
avevano appena iniziato l’ispezione della stanza,
quando già Panfilo si precipitava dietro di loro.
— Fermi! disse con voce soffocata, per l'amor
di Dio, non toccate nulla.
Fece un profondo sospiro per riprendere fiato;
poi, con accento dolente:
— Ah, amici miei, che sventura! La mia repu-
tata locanda! Un assassinio! Ma io vi chiedo come
sia potuto accadere? Ah, miseria, miseria! Spero
di non esserne compromesso!
— Lasciate fare, disse uno degli assistenti, la-
sciate fare, Panfilo, vi conosciamo.
— Ah, se conoscono il capo! esclamò Tous-
saint, più morto che vivo. Credo bene che lo co-
nosciamo! E conoscono anche me! Siamo en-
98
trambi conosciuti. Non sono certo quegli uomini
che hanno le palpitazioni quando si tratta di ucci-
dere un coniglio, che se ne andrebbero a pugna-
lare i poveracci.
Panfilo sembrò ringraziare il suo sottoposto
con gli occhi.
— Ecco l’orologio! disse uno dei visitatori, in-
dicando il camino. Quindi non è stato ucciso per
derubarlo?
— Sarebbe stato un suicidio?
Non cera che un motivo per respingere questa
ipotesi: Antonio Férou ne aveva abbastanza della
vita che il denaro di suo padre gli rendeva così
dolce? Suvvia, allora, un ragazzo così allegro, così
gioviale, così estroverso! Che non si era mai visto
preoccupato, a cui tutto sorrideva!
Dalla posizione del cadavere era evidente che
doveva esserci stata una colluttazione, per quanto
breve potesse essere.
— Se fosse stata una vendetta?, disse un altro.
— Ah, è possibile, rispose uno degli interlocu-
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tori. Il fatto è che il giovanotto gagliardo era au-
dace nelle danze. E un bel giorno, un fratello, un
amante, un marito può arrabbiarsi.
— Questo, disse Panfilo sentenziosamente, è
affare di donne!
— Di donne? disse Toussaint; aspettate un
attimo.
— Forse Toussaint saprebbe qualcosa?
— Io non dico nulla, sto solo cercando di
ricordare...
— Cosa cè? Parla... — Non sai niente,
Panfilo?
— Niente! disse Panfilo, facendo spuntare due
occhi disperati dalle orbite.
Poi, rivolgendosi a Toussaint:
— Ob, tu! se hai qualche sospetto, devi dirlo.
Toussaint fissò attentamente coloro che lo cir-
condavano; poi, avviandosi verso la porta:
— Lasciate un po...
Una volta nel corridoio, si avvicinò in punta di
piedi alla porta del numero 5.
100
Il gruppo di curiosi uscì dalla stanza dietro di
lui, osservandolo.
Lui si era fermato e, restando a mezzo, aveva
dato un'occhiata alla serratura. Una volta termi-
nata l’ispezione, tornò indietro con lo stesso passo
e si rivolse all’oste Panfilo:
— Ditemi dunque, capo, avete capito che il
numero 5 non si è alzato? Ho visto i suoi abiti ap-
pesi. Come se il rumore non lo avesse svegliato!
Si girò verso la porta con uno sguardo
complice:
— Sì, fai finta di dormire, mio buon uomo.
Ah, non sei furbo!
— Bah! E tu ci crederesti? chiese Panfilo.
— Senti, capo, chi ha chiuso le porte ieri sera?
— Per Giove, sono stato io.
— E chi le ha aperte stamattina?
— Sono di nuovo io.
— Cera una serratura rotta al piano di sotto,
una finestra rotta?
— No, non cera.
101
— Nessuno? ripeté Toussaint. Ebbene, se
l'assassino non è entrato in casa questa notte, vuol
dire che era già lì.
— Giusto, disse Panfilo.
— Ora, continuò Toussaint, ricordate l’aria
che aveva il forestiero della 5. Non ti ha forse
chiesto una stanza proprio nel momento in cui il
bell’Antonio aveva appena preso la sua?
— Ecco, è vero, disse Panfilo.
— L'avete notato, o no? Ne ho notati molti
altri. Se non mi sbaglio, tanto meglio; ma in
questi casi bisogna andare a fondo di tutto, vero?
— Spiegati, Toussaint, dissero diverse voci.
— Basta, disse il ragazzo, che ritrovava co-
raggio e fiducia in sé; aspetto il signor Voitrin.
— Sembra che ne sappia abbastanza, mormo-
rarono gli inservienti tra loro.
Tornarono al piano di sotto, scambiandosi pa-
role a bassa voce; alcuni parlavano del rovescio
della fortuna, altri del pericolo di dormire con la
chiave sulla porta.
102
Dopo qualche istante, un individuo entrò
nella sala e disse che non aveva trovato il commis-
sario di polizia in casa, ma che lo stavano cer-
cando. Così l'attesa continuò, intervallata da
qualche parola qua e là. Diverse persone avevano
preso posizione all’esterno. Di tanto in tanto, i
passanti, richiamati dal vociferare, si fermavano
per strada e da lontano gettavano uno sguardo cu-
rioso attraverso la porta aperta.
Giuliano si era appena scrollato di dosso il
sonno pesante in cui lo aveva sprofondato una
notte insonne e procedeva abbastanza tranquilla-
mente a vestirsi, sicuro com'era del tempo neces-
sario per andare alla stazione.
Quando fu pronto, scese e chiese qualcosa di
caldo. Gli fu servita una tazza di caffè bollente e,
mentre la sorseggiava, disse a Panfilo:
— Vi sarei grato se mi diceste quanto vi devo.
Il suo ingresso aveva suscitato una silenziosa
emozione nella sala; ma, a queste parole, si scam-
biarono sguardi di angoscia. Alcuni si alzarono
103
preoccupati. Toussaint parlò a bassa voce al suo
capo, dandogli una gomitata d’intesa.
Giuliano, che era del tutto disattento a queste
piccole manovre, si era avvicinato alla finestra e,
nel silenzio generale, batteva le unghie sul vetro
senza preoccuparsi. Ma quando vide che tarda-
vano a presentargli il conto, gettò un luigi sul ban-
cone e disse a Panfilo:
— Avanti, buon uomo, paga!
L'albergatore, messo sull’avviso, eseguì. Giu-
liano raccolse il resto e fece come per uscire
mentre si metteva il berretto. Allora attorno a lui
si creò una certa agitazione e Toussaint, che si tro-
vava all’altro capo della sala, esclamò di colpo:
— Non fatelo uscire!
Giuliano si voltò.
— Cosa cè? chiese.
— Scusate il tono del ragazzo, disse Panfilo,
balbettando; stanotte qui è successo uno di quei
fatti... Uno dei nostri viaggiatori è stato
assassinato!
104
— Un assassinio? disse Giuliano.
— Sì, disse Giuliano. Allora il signore capisce
che, almeno per formalità, tutti coloro che hanno
dormito nell’albergo devono delle spiegazioni alla
giustizia.
— Va benissimo, disse Giuliano, tirando fuori
l'orologio, ma sono le sette e un quarto. Alle sette
e mezza prendo il treno per Parigi. Se qualcuno
desidera farmi delle domande, mi scriverà, ma per
ora dichiaro di non essere assolutamente in grado
di fornire alcuna informazione rilevante.
Mentre diceva questo, fece un altro passo verso
la porta; ma delle voci lo fermarono.
— Non si può fare così! urlò un tale.
— Perdio! riprese un altro, sarebbe troppo
comodo.
Giuliano era comunque deciso a uscire; e forse
stava per aver luogo qualche deplorevole conflitto
quando un nome passò improvvisamente di
bocca in bocca:
= Signor Voitrin!
105
Panfilo sospirò soddisfatto.
— Il commissario di polizia, disse a Giuliano;
se volete parlargli?
Voitrin, appena apparso, era stato circondato.
Due o tre persone gli rivolgevano la parola
contemporaneamente.
Si fece da parte per andare da Giuliano.
— Signore, disse quest’ultimo, presentandosi,
sembra che sia a voi che devo chiedere il favore di
non perdere il treno di Parigi questa mattina.
Nulla, immagino, impedisce a un viaggiatore
tranquillo di andare e venire a suo piacimento. Le
sarei obbligato di farlo capire a questa brava
gente.
— Mi dispiace, signore, di non poter assecon-
dare il suo desiderio, ma non siete all’oscuro di
cosa è successo qui; e il mio dovere, in un caso così
grave, è di agire solo con la massima circospe-
zione. Tutto si deve svolgere con ordine. Farò
quindi le prime osservazioni nella stanza della vit-
tima, poi procederemo agli interrogatori.
106
Indicò a Giuliano la piccola stanza in fondo.
— Se volete aspettarmi un momento in questa
stanza, ritarderò il meno possibile per
raggiungervi.
Poi, a Panfilo:
= bal primo piano, vero?
— Sì, signore, alla numero 3; vi ci accom-
pagno... Mio Dio! Mio Dio! Che aftare!
Voitrin fece un cenno a un giovane che era en-
trato dietro di lui con una valigetta di pelle sotto il
braccio, poi si girò di nuovo:
— Il medico non è venuto?
— No, risposero diverse voci. — Lo mande-
rete su appena arriva, disse Voitrin.
Uscì dalla sala e iniziò a salire le scale per il
primo piano. Due agenti erano già appostati sulla
soglia.
— Fate in modo, disse, che nessuno esca.
E si avviò lungo il corridoio, seguito dalla sua
segretaria.
Quando tornò da Giuliano erano passati al-
107
meno tre quarti d'ora e il giovane cominciava a
mostrare una certa impazienza.
— Mi scuserà se ho tardato così tanto, disse,
ma ho dovuto necessariamente ricevere due o tre
deposizioni prima della sua.
— Mi dispiace, disse Giuliano, di non poterla
illuminare in alcun modo, nonostante la mia
buona volontà. Sono venuto qui ieri alle cinque e
mezza; ho cenato qui alle otto; alle nove ero nella
mia stanza e ne sono appena uscito. In tutto
questo tempo non ho notato nulla, non ho visto
nulla, non ho sentito nulla.
— Oh, oh! esclamò Voitrin, interrompendolo
con un gesto, non siamo così precipitosi!
Guardò il suo cancelliere per accertarsi che
fosse pronto a scrivere; poi a Giuliano:
— Il vostro nome?
Giuliano stava per rispondere, quando la porta
si aprì rumorosamente, facendo passare una per-
sona a lui sconosciuta.
108
— Marcillac! disse il giovane segretario, alzan-
dosi subito in piedi.
Il commissario di polizia si alzò per stringere la
mano al nuovo arrivato e parlargli per un
momento.
— Ecco lo stato dei luoghi e le prime deposi-
zioni, disse, presentando vari documenti a
Marcillac.
E, dopo avergli dato un'occhiata:
— Se vuole procedere lei stesso
all’interrogatorio?
— Grazie, disse Marcillac, continuate pure.
Quando sentì il nome di Marcillac, il volto di
Giuliano cambiò.
Il marito di Elena era di fronte a lui.
Il marito di Elena, e lui doveva tacere!
Che dico, tacere? Non doveva dissimulare? Per
Giuliano, far conoscere la propria identità in quel
momento avrebbe significato di sicuro compro-
mettere la povera donna che il giorno prima gli
109
aveva dimostrato, con tanto coraggio, tutto il suo
affetto?
— Il vostro nome? chiese ancora Voitrin.
Giuliano era pronto a buttare lì il primo nome
che gli veniva in mente, quando i suoi occhi in-
contrarono il fazzoletto che aveva posato accanto
a sé e in un angolo si distinguevano le iniziali G.
G. Esitò un attimo e rispose:
— Giuseppe Gutrin.
— Sembra che non ne siate del tutto sicuro?
disse Voitrin.
Giuliano vide lo sguardo di Marcillac fermarsi
su di lui. Sostenne questo sguardo senza battere
ciglio.
— La sua età? continuò Voitrin.
— Trentuno anni.
— La sua professione?
— Commerciante.
— Specifichi pure.
— Intermediario d’affari.
— Dove?
110
— A New York.
— Arriva adesso?
— Da Parigi.
— E tornerà?
— A Parigi.
— Che affari aveva a V.?
— Nessuno.
— Ha parenti lì?
— No, non ne ho.
— Haamici?
— No. Amici?
— Dunque che ci viene a fare?
Giuliano si alzò di scatto.
— Ah, esclamò, questo è chiedere troppo a
me. Se il mio interrogatorio deve continuare in
questo modo, è inutile proseguire!
— La mia domanda non è forse semplice?
— Può darsi; ma mi permetterete di non
rispondere.
Fu il turno per Voitrin di alzare la testa:
— Sapete, signore, disse a Giuliano, che, allo
111
stato attuale delle informazioni, qualsiasi rifiuto
da parte vostra potrebbe comportare le più gravi
accuse nei vostri confronti.
— Credevo di essere trattenuto qui come testi-
mone, disse il giovane, e sono sorpreso di scoprire
che sono interrogato come imputato.
— Forse, disse Marcillac all'improvviso, le di-
chiarazioni già ricevute tendono a fare di lei un
accusato.
Il giudice istruttore diede un’altra occhiata ai
fogli che stava esaminando, mentre il segretario
annotava le prime risposte di Giuliano alle do-
mande di Voitrin, poi riprese:
— Ieri sera, alle undici, il custode Toussaint vi
ha incontrato lungo il corridoio del primo piano,
nello spazio che si estende tra la vostra camera e
quella della vittima.
Giuliano è rimasto in silenzio.
— Non lo nega? chiese Marcillac.
— No, rispose Giuliano.
— Quando avete visto apparire questo ra-
112
gazzo, avete improvvisamente spento la candela
che tenevate in mano. Toussaint domandò: “Chi
va là?” Era molto lento a rispondere?
Giuliano non batté ciglio.
— Un attimo prima di salire, continuò Mar-
cillac, lo stesso Toussaint aveva sentito il rumore
di una finestra che veniva abbassata. Non avete
sentito quel rumore?
— Sono stato io a chiudere la finestra.
— Perché l’ha fatto?
— Mio Dio... perché era aperta.
— AHR!, disse Marcillac, è strano che abbiamo
appena trovato nel vicolo che costeggia una delle
pareti dell'albergo una borsa di pelle gialla, che
potrebbe benissimo essere stata gettata dalla fine-
stra che lei stesso dice di avere chiuso. Questa
borsa mi è stata appena consegnata mentre en-
travo. Marcillac mostrò l'oggetto a cui si riferiva.
— La riconosce? domandò.
Giuliano girò la testa con un’impercettibile
scrollata di spalle.
113
— Panfilo, continuò Marcillac, sostiene di aver
visto la stessa borsa nelle mani della vittima più di
una volta; purtroppo, questa borsa è vuota. Fissò
intensamente Giuliano e aggiunse:
— Si trattava, in effetti, di un oggetto compro-
mettente che doveva rapidamente sparire.
Il giovane non riuscì a trattenere un sorriso.
— Lei ne parla, disse, come se il denaro di
questo sfortunato fosse stato appena trovato nelle
mie mani.
— Bah! disse Marcillac, ci sono tanti modi per
far sparire beni pericolosi.
— Non sarebbe stato più semplice sparire io
stesso?
— Più semplice, sì. Sarebbe stato anche più
semplice prendere l’orologio trovato nella stanza
della vittima, ma sarebbe stato meno intelligente.
L'orologio è un oggetto compromettente; fuggire
significa denunciare se stessi.
— Perdonate, disse Giuliano, cerchiamo di es-
sere logici. Se ammette che non ho lasciato
114
l’albergo da ieri sera, come pretende che io sia riu-
scito a farlo sparire?
Marcillac lo interruppe con un gesto e, guar-
dandolo ancora una volta in faccia:
— Siete sicuro che da ieri siete sempre stato
qui da solo?
Giuliano di colpo divenne estremamente
pallido.
Quando spegnevate la candela ieri sera, mentre
Toussaint si avvicinava, un’altra persona era nel
corridoio con voi. Toussaint è sicuro di aver visto,
voltandosi, l'ombra di una donna che si stagliava
nel vano più luminoso della scala. Questa donna
scendeva precipitosamente le scale.
— Toussaint ha mentito, esclamò brusca-
mente Giuliano.
— E la moglie di Panfilo ha mentito?
Anche lei dichiara di aver visto dal suo ban-
cone, due ore prima, una donna sconosciuta che
si infilava nel vicolo del pianterreno. Era avvolta
115
nel mantello in maniera ermetica. Rispondete, chi
era questa donna?
— Ehi! disse Giuliano, non so che volete dire.
— Quindi vi rifiutate di spiegare...
— Sì, mi rifiuto di spiegare, ho già detto
troppo. Per l’amor di Dio, non insista!
— Vorrei farle notare, signore, che con questo
atteggiamento lei aggrava in modo singolare la sua
posizione.
— Bene! disse Giuliano, lasciate che sia io a
giudicare, se mi ritenete colpevole. Non mi abbas-
serò a discutere un’accusa così ridicola. Ancora
una volta, non so nulla di tutto ciò di cui mi par-
late. Non ho visto nulla, non ho sentito nulla. La-
scio le cose come stanno. Questa è la mia ultima
parola.
Giuliano si sedette con le mani strette. Mar-
cillac si avvicinò silenziosamente al tavolo dove
era seduto il giovane cancelliere. Prese una penna
d'oca e dei fogli; poi, indicando Giuliano, disse al
commissario di polizia:
116
— Vi darò un ordine di detenzione per il si-
gnore. L’imputato è stato portato in presenza
della vittima?
— Non ancora, disse il commissario di polizia.
— Allora, saliamo al primo piano.
Voitrin aprì la porta, invitando Giuliano a
passare.
Per quanto coraggioso fosse il giovane, non
riuscì a reprimere un gesto di commozione
quando vide due gendarmi in piedi ai lati della
porta. Accompagnato da loro e seguito da Voitrin
e Marcillac, salì le scale un’ultima volta ed entrò
nella stanza del bell’Antonio.
Tutto era ancora nelle medesime condizioni;
solo il cadavere era stato sollevato e adagiato sul
letto. Giuliano fu portato ai piedi della branda di
legno rosso, la cui tenda era stata sollevata in
modo che la luce potesse colpire direttamente il
volto del morto.
Il bell’Antonio giaceva lì, teso, con la bocca
aperta e gli occhi rovesciati.
117
— Riconoscete la vittima? chiese Marcillac a
Giuliano.
— No, rispose quest’ultimo, voltando la testa
dall’altra parte.
E, con un tono che sapeva di disgusto:
— Non potevate risparmiarmi questo
spettacolo?
— Dunque, continuò Marcillac, senza dare
l'impressione di aver sentito l’osservazione, vi osti-
nate a dichiararvi innocente del crimine che vi è
stato imputato?
— Confermo, rispose Giuliano a bassa voce.
— Bene, disse Marcillac, la giustizia lo
valuterà.
E, facendo un cenno ai gendarmi:
— Portate via quest'uomo!
118
VI
— Tutto lascia presagire una causa banalis-
sima, disse Marcillac alla moglie durante il
pranzo: un semplice omicidio seguito da un
furto.
— AR! disse Elena; e il colpevole?
— Il colpevole ha avuto gioco facile. La vit-
tima dormiva a due passi da lui, la chiave era nella
porta, è entrato; ha cominciato a frugare nel secré-
taire ma era vuoto, poi ha frugato tra gli effetti
personali, ma nemmeno lì c'era il denaro; allora si
è rivolto all'uomo che dormiva. Per precauzione,
senza dubbio, quello aveva messo la borsa sotto il
cuscino.
Il colpevole, per assicurarsene, ha tastato con la
mano, poi ha cercato di portargli via la borsa,
perché era un ladro prima di essere un assassino;
avrebbe volentieri evitato di uccidere; ma l’uomo
si è svegliato, voleva difendere il proprio avere; al-
119
lora lo ha pugnalato... con un colpo secco, al
cuore!
— A sentirvela raccontare, disse Elena, si di-
rebbe che foste presente!
— Ab, ecco, disse Marcillac, per fortuna ab-
biamo le tracce che il colpevole ha lasciato dietro
di sé per guidarci nella ricerca della verità. È attra-
verso questi preziosi indizi che il dramma ci viene
raccontato per intero. Se suppongo, ad esempio,
che l’assassino abbia frugato nel secretazre prima e
non dopo il delitto, è perché, se l’avesse fatto
dopo, la piccola macchia di sangue sul suo dito
avrebbe segnato lo spigolo della porta, come è
successo, ma non quello del secretazre.
» Se dico che l'assassino ha cercato i vestiti, è
perché questi vestiti non possono essere stati get-
tati per caso ai piedi della sedia dove sono stati
trovati. Erano in un mucchio, nell’ordine opposto
a quello in cui la vittima aveva dovuto toglierli,
prova sufficiente che erano stati controllati uno
per uno.
120
» Ho detto che l’uomo dormiva: se non avesse
dormito, infatti, si sarebbe alzato al rumore; es-
sendo molto forte, avrebbe tenuto testa al suo as-
sassino e la lotta avrebbe lasciato il segno; il cada-
vere si sarebbe quindi trovato a una certa distanza
dal letto. Ma no, l’uomo dormiva e, quando il col-
pevole ha cercato di afferrare la borsa, stava ancora
dormendo.
» Sotto il cuscino, uno strappo triangolare del
lenzuolo, che in un primo momento avevamo at-
tribuito alla punta insicura del coltello, è stata evi-
dentemente procurato dal cappio della cintura
che serve per appendere la borsa. Infatti, se l’assas-
sino avesse preso il denaro solo dopo la morte
della vittima, l'avrebbe preso senza fretta, e quindi
senza danni; ma, al contrario, ha cercato di impos-
sessarsene mentre dormiva; poi chi dormiva si è
svegliato e il ladro deve aver fatto un movimento
rapido, da cui l’intoppo che vi ho segnalato.
Ci fu un attimo di silenzio. La signora Mar-
cillac fissava il marito.
121
— E il colpevole? chiese lentamente.
— Come, il colpevole?
— Sì; lo conoscete?
— Cè almeno un forte sospetto contro un in-
dividuo che è venuto in albergo ieri e rifiuta ogni
spiegazione.
— Quello che vi è stato riferito stamattina?
— Proprio lui.
— Un uomo ancora giovane, dice? Trent'anni.
— Bruno? chiese dopo un attimo di
esitazione.
Sembrava che avesse paura della risposta.
— Bene, gridò il marito, sei già interessata a
questo strano caso!
— Ebbene, disse Elena a bassa voce, perché
no?
Marcillac sorrise.
— Non abuserò della mia posizione dando li-
bero sfogo alla vostra curiosità. L'accusato è
bruno, in effetti; ha i capelli corti, i baffi corti e
un’aria determinata.
122
Ogni parola di Marcillac colpì Elena come una
pugnalata nel cuore. Ma lei non sussultò. Sem-
brava che, per il momento, questo carattere irasci-
bile avesse dato una scossa ai suoi nervi.
— Viene dall'America, continuò Marcillac.
Vengono tutti da lì. Capisci, l'America è lontana.
La sfortuna è che non può dire cosa è venuto a
fare qui. Non si attraversa l'Atlantico per venire a
dormire al Cappello Rosso e poi tornare indietro. È
quantomeno inverosimile. A proposito, forse non
vi dispiacerebbe avere il nome di questo interes-
sante personaggio.
Una nuvola passò improvvisamente sugli occhi
di Elena.
— Ha detto di chiamarsi Giuseppe Guérin.
La giovane donna prese fiato.
— Grazie a Dio! pensò, non ha detto il suo
nome!
Rimase un momento in silenzio e poi disse:
— Allora, è stato arrestato?
— Senza dubbio.
123
— Allora che cosa lo accusa?
— Tutti gli indizi, prima, e soprattutto il suo
silenzio. Supponiamo che un uomo onesto venga
ingiustamente arrestato, si rifiuterà di dare le spie-
gazioni che la giustizia esige da lui? Mai, perché
queste spiegazioni possono solo testimoniare la
sua buona fede. Egli dirà: “Sono venuto qui per
un tale e tal altro scopo, ho fatto quello, tali e tali
mi hanno visto; questo mi conosce, testimonierà
per me”. E quanto più onestà c'è in quest'uomo,
tanto più dovrà prendersi a cuore di scagionarsi
dall'azione criminale che gli viene rimproverata. Il
contrario, lo ammetterete, sarebbe inspiegabile.
— Non è stato trovato nessun documento su
di lui?
— No, neanche uno. Non si può dire che sia
arrivato con le tasche vuote, ma il tipo è prudente.
Cera cenere fresca nel camino. I documenti com-
promettenti deve averli bruciati.
— Il mio biglietto! pensò Elena.
E vide nella sua immaginazione, nella stanza
124
della locanda, il bagliore fugace dei fogli cui aveva
dato fuoco.
— Siamo stati più fortunati per quanto ri-
guarda l'arma, continuò Marcillac, un coltello-
pugnale di piccole dimensioni è stato trovato ad-
dosso all’accusato
— AH!
— L'arma sembra intatta; ma va detto che la
ferita ha appena sanguinato e che, d’altra parte, la
federa del cuscino reca una traccia rossa simile a
quella che potrebbe essere stata lasciata da una
lama che è stata ripulita.
— Infine, chiese la signora Marcillac, non
senza una certa angoscia, non aveva il denaro
rubato?
— AR! per questo, no! Ma allora non ci sareb-
bero dubbi e il caso sarebbe troppo banale. Il col-
pevole non è così inesperto, grazie a Dio, da non
avermi lasciato qualcosa da scoprire. Che fine
hanno fatto i soldi? la domanda si pone natural-
mente. Lo sapremo presto, spero, perché sono già
125
sulle tracce. Non c'è altro da fare che seguire... Ma
lasciamo perdere, io vi sto tormentando con
queste brutte storie e voi non mangiate più.
Elena sembrava non aver sentito le ultime pa-
role del marito. Lo guardò fisso e, calma in appa-
renza, ma ansiosa nel cuore, disse:
— Che piste seguite?
— Siamo più o meno certi, rispose Marcillac
con calma, che l’accusato non ha trascorso tutto il
tempo in albergo da solo. La sera è stato rag-
giunto da una persona che è stata in grado di far
sparire in tempo i proventi della rapina.
— AR! disse Elena, barcollando, un complice?
— Una donna!
A questa parola si sentì soffocare. Le sembrò
che una mano invisibile le serrasse strettamente la
gola. Avrebbe voluto pronunciare una parola, ma
non ne sarebbe stata capace. D'altronde, non si
sognava neppure più di fare domande, era atter-
rita; avrebbe voluto fuggire, nascondere il viso,
torcersi le mani, gridare: che ne so! E invece do-
126
veva fare l’indifferente, rimanere fredda e come in-
sensibile al suo posto, con il marito davanti.
— Ah, dovremo trovarla, continuò Marcillac,
al quale, per fortuna, sfuggì la confusione di
Elena.
La moglie di Panfilo l’ha appena intravista
dalla finestra mentre passava, ma giura su Dio di
poterla riconoscere dall'aspetto, se non dal volto.
Anche uno dei ragazzi l’ha vista. Tutte queste
persone ci aiuteranno. Per quanto riguarda laccu-
sato, sapremo come farlo parlare.
La signora Marcillac, ascoltando il marito,
cercò di rassicurarsi.
— Coraggio! Non è ancora tutto perduto, si
disse.
All'improvviso con un colpo violentò suonò il
campanello. Si sentì vociferare per un momento
nell’anticamera; dopo entrò la cameriera e, rivol-
gendosi a Marcillac:
— È l'oste del Cappello Rosso che chiede con
insistenza di parlare con il signore.
127
— Panfilo? gridò Marcillac; fatelo entrare!
L’albergatore, con il cappello in mano, apparve
sulla soglia della sala da pranzo.
— Ebbene, chiese Marcillac, che c'è di nuovo?
— Signor giudice istruttore mi scuserà, disse
Panfilo, facendo un passo avanti con imbarazzo;
se avessi disturbato il signore...
— Ma voi non mi disturbate affatto. Sedetevi
pure.
Panfilo prese la sedia che la cameriera gli por-
geva e, dopo aver asciugato le gocce di sudore
sulla fronte con il fazzoletto, disse:
— Signore, ecco il fatto in due parole: mi è tor-
nato in mente un dettaglio che avevo dimenticato
quando ho fatto la mia deposizione. Voi sapete
com'è... l'affanno del primo momento. Quando si
vede di colpo, in un albergo rinomato...
— Andate al sodo! disse Marcillac, al sodo!
— Ecco, disse Panfilo. Forse non è molto im-
portante, ma potrebbe anche tornare utile. In-
somma, è un’osservazione che ho fatto, e siccome
128
mi frullava in testa da un’ora, mi sono deciso e
sono venuto di corsa da lei.
— Grazie per la sua disponibilità, Panfilo. Non
cè nessun piccolo dettaglio da trascurare in una
simile avventura. Ma, ancora una volta, il fatto!
— Forse conosce Floquart, disse Panfilo,
Gianni Floquart?
— Il giardiniere?
— Precisamente.
— Un uomo pigro, un ubriacone.
Panfilo si inchinò.
— Vedo che il signore lo conosce.
— Per Giove! Lo faccio lavorare. Sembra un
Ercole ma ha scarse energie... Quindi, Floquart?
— Floquart era sdraiato ieri sulla panchina di
pietra accanto alla mia porta. Poiché questa pan-
china riceve il sole, viene qui abbastanza spesso...
quand’ecco il viaggiatore in questione...
— Il giovane arrestato?
— Sì, quando il giovane esce dall’albergo con
un foglietto che ha appena scritto, come se fosse
129
una lettera da portare in città. Senza dubbio,
quando ha visto Floquart si è detto: “Ecco il mio
uomo!” perché scambiò con lui qualche parola;
dopodiché gli consegnò prima il foglio e in se-
guito alcune monetine.
A questa rivelazione, l'occhio di Marcillac si
era improvvisamente illuminato. Elena ascoltava,
pallida come un lenzuolo.
— La conversazione era stata lunga? domandò
Marcillac.
— Il tempo di dare le istruzioni necessarie.
— E non ne avete saputo nulla?
— Non ho sentito nulla. Non me ne sono
nemmeno accorto in quel momento. Sospettavo
così poco...
— Va bene, disse Marcillac, vi ringrazio.
— Non credete, azzardò timidamente Panfilo,
che la lettera consegnata a Floquart possa essere
un avvertimento per qualche complice?
— Fvidentemente! Parole d’oro, caro Panfilo.
Qualunque sia la lettera, deve essere stata deposi-
130
tata da Floquart in un luogo preciso che non ha
avuto il tempo di dimenticare, nelle mani di una
persona di cui chiaramente conservava la me-
moria. Attraverso di lui possiamo quindi tenere il
filo conduttore di questa vicenda, forse trovare la
traccia di questa misteriosa donna che due per-
sone nella vostra casa affermano di avere visto. In
ogni caso, l'informazione è preziosa, e tanto più
preziosa in quanto l’accusato è fermo nel più asso-
luto silenzio. Avremmo almeno un quadro chiaro
delle sue relazioni. Andiamo, andiamo, è tutto a
posto, continuò, sfregandosi le mani. Devo inter-
rogare subito Floquart. Firmerò un mandato di
comparizione immediata. Il suo indirizzo?
— Vicolo dei Mulini, credo.
— Ho quasi voglia di andarci anch'io.
La signora Marcillac alzò bruscamente la testa.
— Non ci state pensando!
— Perché no?
— Ma... aggiunse balbettando, perché Flo-
quart non è mai a casa... E poi, non è forse ogni
131
martedì che va a lavorare a Rouvières? Sì, il mar-
tedì è il suo giorno.
Fece un respiro profondo e continuò:
— Dopotutto, questo non è un motivo per
trascurare di avvertirlo. Inviategli subito un man-
dato. Così non perdiamo tempo... Non appena
sarà libero, verrà.
E mentalmente aggiunse:
— Verrà, sì; e allora io sarò lì, potrò avvertirlo,
anche solo con una parola... con un gesto... Oh!
quest'uomo deve tacere, deve!
Poi, lanciando uno sguardo ansioso al marito,
che stava firmando un foglio:
— Se non vedo per prima Floquart, pensò,
sono perduta!
132
VII
Parlare per prima a Floquart, questa fu per
qualche ora la preoccupazione di Elena. Oppri-
mente angoscia! Le sue paure, vaghe fino a quel
momento, si erano concretizzate; si erano come
fuse in un’unica preoccupazione; preoccupazione
terribile, spietata: sentire la sua condanna emessa
dalla bocca di quest'uomo!
Elena non aveva quindi altro pensiero: com-
prare, a qualunque prezzo, il silenzio di Floquart.
Di fronte alla propria condizione, aveva di-
menticato quella dell’uomo che amava. Salvare il
suo nome da questa sinistra avventura, poter re-
stare davanti al marito a testa alta, era l’unico
obiettivo a cui tutto il suo spirito tendeva; il resto
era svanito per lei!
Ah! avreste compatita questa donna veden-
dola, quando spinse dietro di sé la porta della sua
stanza! I suoi lineamenti, che una volontà incredi-
133
bile aveva sostenuto fino ad allora, tradivano
ormai il dolore; le sue labbra si contrassero e nei
suoi occhi apparve lo stupore.
Pazza, sbalordita, passandosi la mano sulle
tempie sudate, invocava la sua fuggevole sanità
mentale, raccogliendo con grande difficoltà le idee
disorientate.
Dobbiamo andare a incontrare Floquart o
aspettarlo? Se lo chiedeva. Il suo primo proposito
era stato di buttarsi uno scialle sulle spalle, allac-
ciarsi velocemente un cappello e andare in Vicolo
dei Mulini; ma cosa penserebbe di vederla in un
posto del genere, se per caso la incontrasse?
Questa circostanza non sorprenderebbe davvero
suo marito, se venisse a saperlo? E poi, se per di-
sgrazia Floquart s’incrociasse con lei! Oh! no, non
doveva sognarsi di andare da Floquart.
Quindi lei lo aspettava.
Che attesa!
Ad ogni passo che riecheggiava nella strada so-
litamente tranquilla, lei era alla finestra. Quando
134
il silenzio stesso era troppo lungo, correva di
nuovo lì, interrogando con ansia entrambi i lati
della strada.
Tuttavia, a un certo punto, qualcuno suonò il
campanello prima che avesse il tempo di guardare.
Si precipitò giù per le scale e arrivò proprio
mentre la cameriera apriva. Non era Floquart.
Pensò di dovere far capire alla domestica il motivo
della sua premura, rimproverandola per non es-
sere venuta ad aprire prima la porta. Inoltre, si
pentì immediatamente del suo ingiusto rimpro-
vero ed ebbe il timore di non aver lasciato traspa-
rire la sua preoccupazione.
Per un attimo ebbe l’idea di sistemarsi con
qualche lavoro di cucito nella sala da pranzo al
pianterreno che dava sulla strada; ma temeva an-
cora che potesse sembrare strano, perché non era
sua abitudine. Tutto è terrore per l’anima in pena.
Tornò nella sua stanza e si abbandonò più che
mai ai suoi struggenti pensieri. Cosa avrebbe
detto a Floquart? Come addolcire, come ammor-
135
bidire questo selvaggio? Elena se lo chiedeva
ancora.
Non ignorava che Floquart non la vedeva di
buon occhio. Alcuni rimproveri piuttosto secchi
e una minaccia di licenziamento avevano gettato
più di un’amarezza nei rapporti del giardiniere
con la sua padrona.
Lo vide brontolare come aveva fatto l’ultima
volta e fissare su di lei uno sguardo cattivo. Cosa
non avrebbe dato per non aver mai detto altro che
parole dolci e gentili a quell'uomo! Che cosa non
avrebbe fatto se non congratularsi con lui per la
sua temperanza e fargli accettare un aumento di
stipendio come prezzo della sua pigrizia! Ahimè,
non era più tempo.
Come avrebbe interpretato Floquart l’atteggia-
mento amabile della signora Marcillac?
Senza confidarsi assolutamente con lui, era
certo necessario dire abbastanza per fargli capire la
situazione. Non ne avrebbe abusato?
Lo spirito del male dà spesso una singolare
136
chiaroveggenza. Chi sa se, fin dal giorno prima,
questo disgraziato non avesse già sospettato il
ruolo che il caso gli aveva assegnato? Chissà se
non avesse già intuito la sua vendetta?
E un giorno intero passò in questi micidiali
tormenti!
Quel giorno Marcillac non cenò a casa. Ce-
dendo alle pressanti richieste, aveva promesso di
onorare della sua presenza un pranzo semi-uffi-
ciale. Elena doveva a questa circostanza il fatto di
essere, almeno per quella sera, libera da ogni co-
strizione; ma le sue angosce, lungi dal diminuire,
non fecero che aumentare. Se per caso suo marito
avesse incontrato Floquart! Impazziva al solo
pensiero.
Infine, la sera passò, molto lentamente, e anche
la notte.
Al mattino aspettò con ansia che il marito si al-
zasse. Il rumore di una porta aperta le disse che
stava entrando nel suo studio. Stava per raggiun-
gerlo quando il campanello suonò.
137
Una persona che non conosceva le stava por-
tando una lettera per Marcillac. Che cos'era
questa lettera? Tutto la preoccupava, tutto le
sembrava pieno di tempeste adesso.
Bussò con discrezione alla porta del marito.
— Entrate, disse Marcillac.
E, sorpreso di vederla:
— Voi, signora, siete già in piedi! A cosa devo
il piacere della vostra visita?
— Vi hanno appena portato una lettera, disse
Elena. Ne aspetto una da Clarissa. C'è un errore?
— No, disse Marcillac, che aveva appena
aperto la busta e dispiegato il quadrato di carta
che conteneva, è del dottor Maury. Ed ecco, ap-
punto, l'affare del Cappello Rosso, al quale ieri
sembravate interessarvi. Il dottore ha eseguito
l'autopsia alla vittima e mi ha mandato il suo rap-
porto. Volete vederlo?
Elena fece un cenno di assenso con la testa.
— Certamente, disse, sedendosi di fronte al
marito.
138
Marcillac lesse:
«Noi sottoscritti, Gianfrancesco Maury, dot-
tore in medicina, ecc. siamo venuti, ecc., per esa-
minare le ferite riportate dal signor Férou (An-
tonio), nativo di Fresnois, e di indagare con
l'autopsia su quali lesioni interne possano aver de-
terminato la morte, di verificare a che ora possa
essere stato commesso l'omicidio, di conoscere il
tipo di arma utilizzata e ogni altra circostanza che
possa illuminare il procedimento giudiziario.
» La vittima presenta sul lato sinistro del to-
race, tra la seconda e la terza costola, a circa un
centimetro dallo sterno, una ferita penetrante
larga due centimetri e mezzo, i cui margini, quasi
uniti sul lato dello sterno, sono distanti due centi-
metri sul lato opposto; il che fa credere che la fe-
rita sia stata prodotta da un’arma bianca, un col-
tello piuttosto grande con il dorso rotondo. Si os-
serva poco sangue intorno alla ferita...».
— Un grosso coltello con il dorso arroton-
139
dato? Come può essere? Quindi non è questa
Parma che abbiamo in mano?
Elena ebbe un impercettibile movimento di
soddisfazione.
«Verso la regione del cuore, continuò il giu-
dice istruttore proseguendo la lettura. Le im-
pronte digitali, quattro sul lato destro del collo,
una forte a sinistra, indicano che una mano vigo-
rosa ha tentato di strangolare la vittima nello
stesso momento in cui il colpo è stato sferrato dal
davanti e dall’alto verso il basso. Il corpo non pre-
senta segni di violenza.
» L'arma che ha prodotto la ferita esterna è pe-
netrata nel torace. Ha lacerato il pericardio, ha
aperto il ventricolo destro all’apice, poi l’atrio sini-
stro e ha tagliato trasversalmente l’arteria polmo-
nare. Lo stomaco, ancora disteso...».
— Vi risparmio questi dettagli, disse Marcillac
girando la pagina. Passiamo ai risultati.
«Dai fatti e dalle osservazioni di cui sopra, rite-
niamo di poter concludere:
140
» 1° Che il signor Antonio Férou, sorpreso du-
rante il sonno, è stato, se non strangolato, almeno
serrato alla gola con una forza tale che i primi
sforzi che ha dovuto fare per resistere all'attacco
che stava subendo sono stati vanificati;
» 2° Che la ferita penetrante che ha determi-
nato la lesione già descritta era sufficiente a procu-
rare immediatamente la morte, come accade per la
rottura di un aneurisma della vena cava superiore
o inferiore... »..
— Tutto ciò è pienamente coerente con le no-
stre supposizioni, osserva Marcillac, ma vediamo
cosa succede dopo.
« 3° Che la digestione era oltre la metà del suo
corso, cioè a dire verso la terza ora, il che sembra
stabilire che il signor Antonio Férou è stato col-
pito circa tre ore dopo il pasto».
— Tre ore dopo il pasto, disse alacremente
Marcillac, posando il referto sul tavolo; ma questo
ci dà solo le undici, perché in effetti è verso le
otto, secondo la dichiarazione di tutte le persone
141
dell'albergo, che il bell’Antonio ha cenato. Ora, è
stato proprio quando stavano per scoccare le un-
dici che il giovane Toussaint ha dichiarato di aver
incontrato l’individuo che stiamo trattenendo nel
corridoio del primo piano. C'era un collegamento
tutt'altro che favorevole all’imputato. Come si
spiega il fatto che, aggirandosi nella stanza della
vittima proprio nel momento in cui veniva com-
messo il crimine, non avesse la minima idea di
cosa stesse accadendo? Se non vedeva nessuno, era
impossibile che non percepisse alcun rumore. In
assenza di grida, il movimento della lotta, la ca-
duta del corpo soprattutto, avrebbero dovuto
destarlo...
— Ma, azzardò la signora Marcillac, ha detto
di non aver sentito nulla?
— Perbacco! non dice né questo né altro. Si ri-
fiuta assolutamente di parlare; un ottimo modo
per non lasciarsi sfuggire nulla di compromet-
tente; solo che, se non si confessa, il comporta-
mento stesso ci condanna. Inoltre, continuò
142
dopo una pausa, tutti i fatti concordano finora
nel mantenere l’accusa.
— Quindi il rapporto di Maury finalmente vi
convince della colpevolezza di quest'uomo?
— Oh, completamente, disse con sicurezza il
giudice istruttore. Resta ora da scoprire il
complice...
Con queste parole la porta si aprì e un servi-
tore annunciò:
— Il signor Floquart.
Marcillac affondò con aria soddisfatta nella
sua poltrona di pelle.
— Ecco, prosegue, è colui che, spero, ci met-
terà sulle sue tracce.
Al nome di Floquart trasalì la signora Mar-
cillac. Guardò con occhi smarriti la porta spalan-
cata, chiedendosi se restare o scappare.
Floquart entrò.
Abbiamo già visto apparire questo perso-
naggio all’inizio della nostra storia. Quanto al
morale, abbiamo finora dato un’idea sufficiente;
143
per l'aspetto fisico, era alto biondo slavato, con un
atteggiamento disinvolto, corporatura snella.
Nient'altro che insignificanza nel suo viso im-
berbe, a parte due piccoli occhi incerti che lam-
peggiavano di continuo sotto le ciglia bianche. La
schiena era leggermente arcuata, la testa un po
curva, le spalle mollemente cadenti.
Entrando, si tirò su a metà e, mentre finiva di
allacciarsi le maniche della blusa blu, fece qualche
passo verso Marcillac.
— Sono io, signor giudice, disse.
Poi, rivolgendosi ad Elena:
— I miei rispettosi omaggi alla signora.
In piedi davanti alla poltrona del marito, la si-
gnora Marcillac guardava Floquart con una indi-
cibile angoscia.
— Il signore mi scuserà, disse Floquart, se non
sono venuto prima. Ieri lavoravo fuori città. Ho
saputo solo la sera, al mio ritorno, che il signore
voleva parlarmi. Ho pensato che potesse essere
144
tardi per presentarmi. Oggi sono venuto la mat-
tina per essere sicuro di trovare il signore.
— Forse sapete di cosa si tratta.
— Panfilo mi ha accennato una parola. Povero
ragazzo, è senza speranza. Lo capisco. Vede, si-
gnore, che affare! E quando penso che, l’altra sera,
ero lì come gli altri e che non sospettavo nulla!
— AK! eri da Panfilo l’altro ieri?
— EA! Sono rimasto lì tutta la sera come al so-
lito... Signora, sa, fino all’ora in cui ti cacciano via.
L'ho detto poco fa a Panfilo: «Hei, è... è strano
che non abbiamo sentito niente!»
— Se non avete sentito niente, avete almeno
notato qualcosa?
Sembrava che Floquart stesse cercando tra i
suoi ricordi; poi, con una leggera alzata di spalle:
— Niente! Quella sera, disse Marcillac passan-
dosi le dita sulla fronte con aria significativa, forse
eravate un po’...
— Un po’ brillo? disse Floquart; Oh! non
credo.
145
— Andiamo avanti. Immagino allora che la
tua memoria... Ti ricordi meglio, spero, cosa è
successo durante il giorno. Una persona venuta a
soggiornare in albergo vi ha dato un breve
messaggio.
— AN! sì, disse d’un tratto Floquart, me lo ri-
cordo molto bene.
Gli occhi di Elena incontrarono quelli di Flo-
quart. La giovane sembrava disperata.
All’inizio il giardiniere sembrò volerla schivare;
poi si voltò di colpo verso la sua padrona e la
guardò con un'aria strana.
— Sciagurato! pensò la signora Marcillac, non
mi capisce!
— Era davanti all'albergo, vero? disse il giudice
istruttore.
— Sì, mi vedo ancora come se fosse adesso. Ero
disteso su una panca che è, per così dire, lì contro
la porta. Dall’albergo esce un signore, un gio-
vane... Sembrerebbe che sia stato lui, visto che è
stato arrestato.
146
Elena tossì leggermente. Floquart gira la testa.
Era pallida, con i suoi grandi occhi spalancati.
Continuò piano, sempre guardandola dall’alto:
— Il signore è venuto da me. “Ti incaricheresti
di una commissione?” mi dice.
— Sì, rispondo, se non dura a lungo e se è ben
pagata.
— Sei servito a volontà.
— Beh, va bene.
— Quindi si tratta di questo, mi ha detto.
Devi andare alla Piazza del Mercato. Sul marcia-
piede a sinistra,... a sinistra venendo da qui..., ve-
drai un ragazzo che cammina. Indossa una cami-
cetta blu come me, con la barba sottogola. Lo ri-
conoscerai facilmente tra gli altri per il suo cap-
pello rotondo di feltro, nero con un anello in osso
al nastro. Gli darai questa lettera, dicendogli che è
da parte di chi sa lui.
E, dicendomi questo, mi mise in mano la let-
tera e tre graziose monetine. Io ho fatto la com-
147
missione, ovviamente; ho trovato l’uomo, gli ho
dato la lettera e via!
— ANA! disse Marcillac visibilmente infastidito,
era un uomo?
— Sì, disse Floquart, un uomo alto e bruno.
— Non l’avete mai visto prima?
— No.
— Sembrava del posto?
— Signora, non lo so; ma direi piuttosto di no.
— Bisogna trovare quest'uomo immediata-
mente.
Prende una penna.
— Voi dite “alto, bruno”?
— Sì, barba sottogola, camicetta blu, feltro
nero, con la fibbia in osso.
— E ancora?
— È tutto.
— Vediamo, cercate di ricordare bene, non vi
ha risposto?
— No; ha solo fatto un cenno con la testa in
quel modo, come per dire “grazie”.
148
— Edera solo?
— Quando gli ho parlato, tutto solo.
Da un attimo, Elena non era più la stessa.
Ascoltò, stordita ma raggiante, la bella immagina-
zione di Floquart.
— AR! disse Marcillac con un gesto di irrita-
zione, la donna ci sfugge.
E a Floquart:
— Potete andare, amico mio; se avessi ancora
bisogno di voi, ve lo farei sapere.
— Signore... Signora... disse Floquart,
inchinandosi.
— Gradirete un bicchiere di vino per rinfre-
scarvi, vero, mio buon amico? disse Elena.
— AR! disse con galanteria Floquart passando
nella stanza accanto, si è abbastanza educati da
non dire mai di no alle signore.
Seguì dunque la signora Marcillac nella sala da
pranzo.
Erano lì da soli.
Guardò Elena prendere un bicchiere dalla cre-
149
denza, stappare una bottiglia e versargli da bere
con mano tremante.
Allora afferrò il bicchiere pieno e, sogguardan-
dola sempre, se lo portò alle labbra.
Elena si era assicurata con uno sguardo che
nessuno potesse vederli. Si avvicinò a Floquart da
dietro e, con voce rotta dall’emozione, disse:
— Grazie, Floquart! Grazie!
Il giardiniere si voltò rapidamente;
— Perché ?
Elena girò la testa. Vuotò il bicchiere d’un
sorso, lo posò sulla credenza e fissandola negli
occhi:
— Ah, sì, ho capito, si tratta di quel bellim-
busto dell’altro ieri, vero? Sembrerebbe che vi sa-
reste sentita un po’ in imbarazzo se avessi detto al
signore vostro marito a chi avevo portato la sua
lettera.
— Silenzio! disse Elena tremando nel guardare
la porta.
— Pooh! riprese con voce più sommessa, nes-
150
suno può sentirci. Non mi interessa, sono co-
munque un bravo ragazzo.
La stava ancora guardando.
Gli toccò la mano, sussurrandogli parole di
eterna gratitudine.
Floquart prese tra le sue dita ossute questa fra-
gile manina; la tenne lì un momento, e chinan-
dosi verso Elena:
— Dì, piccola mia, non dovrai fare più la
smorfiosetta adesso!
151
VII
— Impossibile scoprire qualcosa sull’indi-
viduo denunciato ieri da Floquart, disse Marcillac
alla moglie il giorno dopo. Ho messo ogni cosa
all'aria senza successo; siamo ridotti, per tutte le
informazioni, a quelle che ci ha dato questo
giardiniere.
Aggiunse, dopo un attimo di silenzio:
— Andrò di nuovo alla locanda per vedere se
riusciamo a scoprire qualche indizio.
— Su quest'uomo?
— No, sulla donna, perché dicono di averla
vista in albergo. Diverse persone lo hanno testi-
moniato. E poi voglio cercare... Cosa? Non lo so
ancora. Credo che mi affiderò al caso, che è il più
onesto degli informatori e la guida più sicura.
Spesso basta così poco per metterci sulla strada
giusta, un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro.
Sono già tornato sulla scena del crimine, l’avrò
152
ispezionata male; c'è sicuramente qualcosa che
dovevo vedere e non ho visto. Ci ritorno.
Queste parole del marito lasciarono la signora
Marcillac molto preoccupata.
Le angosce che la bugia di Floquart avevano
placato per un momento, la oppressero ancora di
più. “Un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro”,
aveva detto Marcillac. Così non ci volle nulla per
tradire il suo passaggio al Cappello Rosso. Se solo
lo sfortunato biglietto che aveva gettato nel ca-
mino si fosse bruciato! Questo fu il suo primo e
più struggente pensiero. D'altra parte, chi poteva
assicurarle che, nel folle colloquio dell’altra sera,
non avesse smarrito qualcosa che potesse testimo-
niare contro di lei?
Salì in camera sua, tutta confusa.
La prima cosa che attirò la sua attenzione
quando entrò fu il suo vestito che giaceva su una
sedia, il vestito che aveva indossato quella sera.
ITremava nel vederlo così esposto agli occhi di
153
tutte le persone che potevano entrare e andò su-
bito ad appenderlo in fondo all’armadio.
Poi pensò alle altre cose che indossava quella
sera e, ricordando che l'oste del Cappello Rosso
aveva giurato a Marcillac che avrebbe ricono-
sciuto la donna che le era passata davanti agli
occhi, Elena ebbe paura. Prese il mantello, il cap-
pello, il velo e, guardandosi intorno spaventata,
disse:
— Dove potrei nasconderli?
E già le sembrava che dita immaginarie la pun-
tassero e che voci sconosciute gridassero da ogni
parte: “È lei, la riconosco, è lei!”
Elena arrotolò il mantello nel fondo di un
baule; poi prese il cappello con mano febbrile, ta-
gliò i nastri, strappò i lacci, strappò i fiori, che di-
stribuì in scatole separate, poi attorcigliò il telaio e
lo gettò tra i detriti con i pezzi strappati del suo
velo.
E il fazzoletto e i guanti, che ne avrebbe fatto?
Elena si ricordò all’improvviso che, mentre Giu-
154
liano la stava accompagnando a casa, aveva perso
uno dei suoi guanti. Che fine avevano fatto?
La giovane aprì la scatola dove era solita te-
nerli. Non c'erano. Sudò freddo. Pensò al suo ve-
stito. Lo tolse rapidamente dall’armadio e frugò
nelle tasche. Per fortuna il fazzoletto era lì e anche
i guanti.
Quando tirò fuori il fazzoletto, un piccolo
quadrato di carta era caduto a terra. Lo spinse di-
strattamente con il piede e, piena di soddisfazione
per aver trovato gli oggetti che portava con sé, si
mise a farli sparire uno dopo l’altro.
Solo un attimo dopo, mentre gli occhi le cade-
vano per caso sul pavimento, vide di nuovo la
carta e si ricordò che le era sfuggita dalla tasca. La
raccolse.
Era un pezzo di giornale piegato e ripiegato su
sé stesso fino a formare solo un piccolo quadrato
duro e spesso. In uno dei suoi angoli il quadrato
era stropicciato e anche un po’ lucido, come se
avesse fatto da cuneo sotto un oggetto pesante.
155
Elena dispiegò la stampa. Era sporca e stropic-
ciata come una carta tenuta in tasca per qualche
tempo. Lo piegò lentamente, chiedendosi da dove
fosse venuto.
Mentre lo cercava, le tornò in mente l’idea del
guanto caduto. Rivide Giuliano che si chinava
con la candela in mano e raccoglieva... cosa? il
guanto, sì, il guanto... e ancora? un quadrato di
carta; sì, proprio quel quadrato che giaceva ai
piedi della finestra. Ricordava di averlo messo
meccanicamente in tasca.
Era un dettaglio molto insignificante, senza
dubbio, ma era legato alla sua visita al Cappello
Rosso e per questo non poteva fare a meno di pre-
starvi attenzione.
Rimase a lungo con gli occhi fissi su quel
pezzo di carta. Ma cosa le diceva? Nulla.
Lo aprì ancora e lo girò.
Sul margine bianco del foglio, alcune righe
erano state scarabocchiate qua e là a matita.
In un punto:
156
dare 6 franchi.
Altrove, in un angolo strappato:
lunedì a tr...
giovedì dal signur.
Il resto di questo promemoria era scomparso.
Solo una cosa colpì la signora Marcillac: la pa-
rola signur, scritta con la uò
Mentre accartocciava il foglio e lo gettava nel
camino, pensò:
— Strana grafia!
157
IX
Marcillac era ancora a venti passi dall’albergo,
quando Panfilo gli stava già correndo incontro
con impazienza.
— È un buon pensiero che vi porta, signore,
disse mettendosi il berretto in mano; mi stavo ap-
punto preparando per venirvi a cercare.
— Avete qualche notizia?
— Sì, signore... Andate a vedere di cosa si
tratta. Dopo questo, potreste scoprire che ho sba-
gliato. Beh, se ho sbagliato, non è per mancanza di
precauzioni. La stanza lassù, quella in cui il po-
vero Antonio è stato pugnalato, era ancora nello
stesso stato. Santo cielo, era sgradevole. Anzitutto,
era una stanza che mi mancava; e poi, dopo la di-
sgrazia, le nostre donne non potevano più pas-
sarci davanti senza gridare. Le donne, si sa, sono
un po’ nervose. Ho pensato che non ci sarebbe
stato nulla di male a ripulirla.
158
— Ah, avete fatto riordinare la stanza? disse
Marcillac, infastidito.
— Siamo occupati in questo momento; il si-
gnore mi scuserà se non sono venuto a trovarvi.
Inoltre, mi sono messo in regola chiedendo al si-
gnor Voitrin. Mi ha detto che non c’era alcun
problema... Ma se volete che interrompiamo?
— Oh' ormai...
— Fa lo stesso, disse Panfilo con zelo, posso
farli smettere.
E quando l'oste arrivò con il suo interlocutore
alla porta d’ingresso, balzò sulla soglia e, chia-
mando per le scale, disse:
— Toussaint! Toussaint!
— Signore? disse una voce femminile.
— Ah, siete voi, Luisa, disse Panfilo; dite a
Toussaint di liberare la numero 3.
E tornò da Marcillac.
— Allora, disse il giudice istruttore, mi stavate
dicendo qualcosa di nuovo?
— Sì, signore.
159
Fece entrare Marcillac nella stanza al piano
terra e prese dal bancone un oggetto che gli
mostrò.
— Ecco di che si tratta.
— Un coltello?
— Quello con cui è stato commesso il crimine.
Marcillac lo prese.
— Da dove proviene?
— Da lassù... Non avete trovato sul cadavere
che un piccolo coltello ben pulito
— Sì, e che, secondo il parere di Maury, non
sembrava corrispondere esattamente alla ferita.
Sembra che il medico avesse ragione. L'unica cosa
che mi ha ingannato è stata quella leggera mac-
chia di sangue sulla testata del letto. Si sarebbe
detto che vi fosse stata strofinata una lama.
— In effetti, c'era stato uno sfregamento, ma
di questa lama, non dell’altra. Il coltello si sarebbe
pulito sul lenzuolo, per quanto abbiamo potuto
vedere, cadendo dietro la spalliera tra il materasso
e la testata del letto, dove lo abbiamo trovato.
160
— Tutto questo è ben argomentato, Panfilo,
disse Marcillac, che continuava a rigirarsi il col-
tello tra le dita. Un lato della lama è appena mac-
chiato. È quello che avrà sfregato lungo il foglio.
Bella scoperta!
Guardò di nuovo l'arma.
— Cè una cosa, però, che non riesco a spie-
garmi, continuò, ed è come quest'uomo possa es-
sere stato così attento con un coltello dritto di
questo tipo, che è più pericoloso di un coltello da
tasca.
— Aspettate un attimo, gridò Panfilo, non vi
ho detto tutto, è un coltello della locanda.
— Un coltello vostro?
— $ì; sono due giorni che lo cerchiamo in ogni
angolo, ma senza riuscire a metterci le mani sopra.
— Come spieghereste che questo coltello sia
finito nelle mani dell’imputato?
— Oh, è molto semplice, rispose Panfilo. Era
stato messo insieme alle posate quando gli era
stata servita la cena.
161
Marcillac alzò la testa.
— Ne siete sicuro?
— Sicurissimo. Luisa se lo ricorda perfetta-
mente. È stata lei a servirlo.
— Come può essere sicura che si tratti proprio
di quel coltello?
— Niente di più semplice. I nostri coltelli da
tavola sono tutti rotondi. Sono ottimi coltelli;
hanno un solo difetto: non tagliano.
Luisa, fiutando un viaggiatore distinto (ha
fiuto, quella ragazza!) si riprese il coltello rotondo
che gli aveva dato la prima volta e lo sostituì con
quello che avete in mano, che taglia. Questo è
l’unico con il manico piatto in argento. Oh! Non
ci si può sbagliare e Luisa è ben sicura di quello
che dice.
— Sempre più prezioso, Panfilo. Parola mia!
Voi siete la perla dei giudici istruttori e io sono
solo un bambino al vostro fianco.
Panfilo chinò il suo testone rubicondo, sorri-
dente e confuso.
162
— Ora, chiese, volete salire?
— Mi piacerebbe, disse Marcillac, anche se
ora...
Non c'era nulla da fare, in effetti, nella numero
3.I mobili erano tutti in disordine, il letto vuoto,
i materassi sparsi in mezzo alla stanza.
— Andiamo avanti, disse. Questa è fatta. E
altra stanza?
— Quella dell’imputato?
— Sì.
— Non l'abbiamo ancora toccata.
— Bene, disse il giudice istruttore.
Panfilo gli aprì la porta della numero 5.
Il giudice si guardò intorno con curiosità.
La stanza era nello stato in cui Giuliano l'aveva
lasciata.
A destra, il letto con la coperta tirata
all'indietro, come se si fosse appena alzato; a ogni
lato del letto, una sedia; a sinistra, una specie di
divano d’altri tempi, e accanto un tavolino con il
163
piano in mogano; infine, degli appendiabiti gialli
vicino alla porta.
Tutto l’ambiente era freddo e triste. Non c’era
nulla sulle piastrelle, nulla sui mobili, nulla sulle
pareti; se non fosse stato per il letto disfatto, diffi-
cilmente si sarebbe potuto sospettare che qual-
cuno fosse stato lì.
— Non cè un armadio in questa stanza?
Chiese Marcillac.
— No.
— Nemmeno un cassetto su questo tavolo?
— Nessun cassetto.
Dopo aver cercato in tutti e quattro gli angoli
senza successo, il marito di Elena si gettò sul
divano.
— Non sono certo fortunato come voi, Pan-
filo: non riesco a trovare nulla.
Ai suoi piedi c'erano impronte confuse. Le
guardò per un attimo, poi si buttò all’indietro, ri-
volto verso la luce. Tra la finestra e lui si trovava il
tavolino di mogano che la luce aveva colpito. Era
164
inclinato rispetto alla sua visuale, il che rendeva
ancora più evidente lo spesso strato di polvere che
lo ricopriva.
— Vedo che non spolveri tutti i giorni, disse ri-
volgendosi a Panfilo.
Panfilo, che aveva il tovagliolo in mano, finse
di passarlo sul tavolo.
— Ah, signore, disse, quando una stanza non è
occupata da molto tempo...
Marcillac lo fermò.
— Aspettate un attimo!
Si era alzato e stava osservando attentamente la
parte superiore del mobile.
Lo strato di polvere era stato tolto e graffiato in
più punti; ma ciò che più lo colpì fu la traccia di
dita sottili che si erano posate sul bordo.
— Una mano di donna! pensò Marcillac;
questo Guerin difficilmente sosterrà di non aver
ricevuto nessuno qui.
Si chinò sul tavolo con un interesse che au-
mentava ad ogni istante. In mezzo a vaghe tracce
165
ce n'era una semicircolare, come se un cappello da
donna fosse stato appoggiato sul tavolo. Vicino ad
esso si vedeva distintamente la traccia di una balza
di nastri. Il giudice istruttore stava ancora esi-
tando, quando un dettaglio fu sufficiente a dissi-
pare tutti i suoi dubbi.
In un punto in cui era stato posato un mer-
letto, la stoffa esposta, sottoposta a una certa pres-
sione, si era impressa sulla superficie del mobile
con assoluta chiarezza.
Marcillac divenne pensieroso.
— La donna che è venuta qui, disse a sé stesso,
senza staccare gli occhi dal tavolo, si è certamente
tolta il velo e il cappello. Così è rimasta qui per un
po’ di tempo e non è arrivata al momento del de-
litto. Non può essere una complice subalterna.
Questa donna è l'amica di quest'uomo, forse la
sua amante. Bene! Grazie a lei, ce lho in pugno.
Si guardò di nuovo intorno.
— I mobili sono lì al solito posto? Chiese a
Panfilo, indicando le due sedie accanto al letto;
166
non sembrano essere state spostate dalla persona
che si trovava in questa stanza.
— Non credo che lo siano state, dice Panfilo.
— Esatto, pensò Marcillac, guardando le
vaghe tracce ai piedi del divano, erano seduti lì,
tutti e due, uno accanto all’altro.
— AR! Panfilo, continuò a voce alta, sono con-
tento della mia mattinata. L'accusato può negare
a suo piacimento di avere ricevuto qui una
donna: ora ne sono certo.
Fece un passo indietro, poi, voltandosi verso
Panfilo:
— Ora siete libero di spolverare.
Panfilo si inchinò con un sorriso e uscì per ac-
compagnare il suo visitatore al piano di sotto.
Sulla porta trovarono la moglie di Panfilo che
chiacchierava animosamente con il postino.
Questi, con lo zelo di un portalettere che vuole
svuotare la sua cassetta, era deciso a farle accettare
una lettera che lei con ostinazione si rifiutava di
prendere.
167
— Le dico, ripeté per la decima volta, che qui
non abbiamo nessuno con questo nome.
Quando vide il marito, riprese la lettera che
aveva appena messo nella cassetta del postino e,
porgendola a Panfilo, disse:
— Vediamo, conosce qualcuno qui con questo
nome?
— No, nessuno, disse Panfilo, scandendo
lindirizzo a mezza voce.
Marcillac si chinò con disinvoltura sulla sua
spalla per leggere.
Fu colto da un brivido indicibile.
— Lui, balbettò, lui, vivo!
La lettera che era nelle mani di Panfilo passò
improvvisamente nelle sue. La divorò con gli
occhi, ansimanti, feroci; e lo sconvolgimento dei
suoi lineamenti fu tale da far impallidire i tre pre-
senti che si guardavano l’un l’altro.
Era perché sulla busta Marcillac aveva appena
letto queste parole:
168
Signor Giuliano Grandier,
al
Locanda del Cappello Rosso.
169
X
Lui vivo! Questo pensiero colpì Marcillac in
pieno petto.
Non appena lesse questi due nomi insieme:
“Giuliano Grandier”, vide sorgere davanti a sé
l'ombra del suo sconosciuto rivale. Il suo odio
non vacillò un solo istante. Non disse a sé stesso:
«È proprio quel Grandier? Non è forse un
altro?!” No, disse subito a sé stesso: “È lui!”.
Perdio! Non era così semplice che sua moglie
gli avesse mentito! Non stava forse salvando colui
che lei amava! Tra il vendicatore e il cattivo si era
aperto un abisso: la morte; e, al riparo da questa
presunta morte, senza paura dava libero sfogo alle
relazioni passate. E lui, stupido, si era lasciato
prendere da questo richiamo infantile! Oh rabbia!
Oh dolore! Oh vergogna!
Rimase lì, in preda a un folle torpore, a guar-
dare ancora quella lettera sciagurata; poi pensò
170
all'improvviso che doveva riflettere. Gli tornò la
ragione.
— Andiamo, disse a sé stesso, sono pazzo!
Pochi secondi gli bastarono per restituire ai
muscoli del viso la serenità che avevano perso per
una scossa troppo brusca. Fu quasi freddamente
che, rivolgendosi a Panfilo, gli chiese:
— Quindi non conoscete affatto questo Giu-
liano Grandier?
Sebbene avesse il controllo di sé stesso, a quel
nome la sua voce tremò suo malgrado.
— Assolutamente, esclamarono insieme i co-
niugi Panfilo.
— È strano, disse Marcillac.
Panfilo prese un registro dal retro del suo
bancone.
— AI momento abbiamo solo due viaggiatori:
il signor Leverd, il falegname di Saint-Marcellin, e
un compagno di viaggio, il signor... Britsch.
Mentre pronunciava queste parole, Panfilo
171
aveva aperto il registro. Marcillac lo prese dalle sue
mani e sfogliò in fretta le pagine.
— Non vedo il nome di Giuseppe Guérin.
— No, non cè, disse Panfilo, imbarazzato; il si-
gnore mi scuserà, avevamo così tanto da fare quel
giorno! Non sapevamo dove sbattere la testa.
Non ho pensato di chiedere al viaggiatore il suo
nome.
Marcillac fece un gesto di impazienza.
— Dovreste rispettare in modo più preciso il
regolamento di polizia. Vi metterete nei guai, si-
gnor Panfilo.
L'albergatore si confuse con spiegazioni e
scuse.
— Chi può dirmi ora, continuò Marcillac, che
un viaggiatore di nome Giuliano Grandier non si
sia davvero fermato qui?
— Oh, il giudice istruttore può stare tran-
quillo. La persona arrestata è l’unica a cui ab-
biamo trascurato di presentare il registro. È una
172
dimenticanza straordinaria, perché sapete quanto
sia ben tenuta la mia locanda!
Marcillac pose il registro su un tavolo per dare
un’altra occhiata alla lettera che teneva in mano.
Improvvisamente rabbrividìi. Una strana idea lo
aveva appena colpito. Giuliano Grandier, Giu-
seppe Guérin, avevano la stessa iniziale... se fosse
anche lo stesso uomo!
Chi poteva provare, in effetti, che la persona
arrestata si chiamasse davvero Guérin? Non aveva
documenti. Quelli che poteva avere con sé, tutto
lasciava pensare che li avesse bruciati. Cosa
sospetta.
Come facevamo a sapere che si chiamava
Guerin? Solo dalla sua dichiarazione. Ma la mag-
gior parte degli accusati, nello stesso caso, non
cerca di nascondere la propria identità dando alla
polizia un nome falso?
Un uomo maldestro dà il primo nome che ca-
pita; un uomo intelligente pensa che si possa con-
sultare la marca dei suoi vestiti.
173
— Conserverò questa lettera, disse Marcillac,
un po’ turbato.
Uscì, andando dritto per la sua strada e,
mentre camminava, disse a sé stesso:
— Sì, so di non avere qui, sotto questa busta,
più di quanto vorrei sapere!
Poi il nome di Giuliano Grandier gli risuonò
all'orecchio come una sinistra campana. E si
chiese:
— Se Giuliano Grandier e Giuseppe Guérin
sono la stessa persona, quale può essere stato il
motivo di questo travestimento? La colpa
dell'imputato prima... e poi di nuovo? Si fermò.
Per una strana connessione e con questa vertigi-
nosa rapidità di pensiero, due immagini si presen-
tarono subito alla sua mente.
Nella prima, si vide varcare la soglia della pic-
cola stanza bassa del Cappello Rosso. In piedi da-
vanti a lui, l’accusato, interrogato da Voitrin,
sembrò esitare per un momento a dire il suo
nome; e, quando balbettò quello di Guerin, Voi-
174
trin disse (gli sembrava di poterlo ancora sentire):
“Ne siete davvero sicuro?”.
Nella seconda, immaginò l’interno della stanza
d'albergo che aveva visitato poco prima. Sul di-
vano vedeva vagamente l’imputato e accanto a lui,
fianco a fianco, una donna... oh terrore... una
donna che aveva paura di guardare in faccia!
Marcillac impallidi. La gelosia, orribile
spettro!, si era di nuovo attaccata a quell'uomo.
Invano la respingeva, invano cercò di liberarsi dal
suo folle abbraccio, lei era come avvinta a lui, e il
suo dito gli mostrava le immagini più atroci e la
sua bocca beffarda gli sussurrava mille angosce
all'orecchio.
— No, gridò, no, non è possibile! E
quand’anche Giuseppe Guérin fosse Giuliano
Grandier, cè un solo Grandier al mondo? No,
non può essere quello!
E allora la gelosia gli direbbe:
— Che bisogno aveva quest'uomo di un com-
plice? Non poteva sparire con i soldi? Ma no, la
175
donna è venuta in albergo solo per lui; e lui po-
trebbe essere venuto a V. solo per lei! Ah, tu
cerchi questa donna lontana... se guardassi ac-
canto a te!
— Ma tutto lo accusa, pensò ancora.
E la gelosia a sua volta:
3} soprattutto il suo silenzio che lo accusa. E
perché tace?
— Per non denunciare sé stesso.
— Dillo, insomma: per non tradirla!
Marcillac aveva preso la strada della prigione.
Sul punto di sollevare il battente, si fermò per ri-
trovare la calma. Un attimo dopo, quando la
porta fu aperta, il suo volto non tradì nulla dei
pensieri segreti che lo agitavano.
— La prego di far condurre da me l’imputato
Giuseppe Gutrin, disse al direttore della prigione.
Entrò nell’ufficio, una piccola stanza spoglia,
pavimentata in mattoni, con un soffitto a volta e
le pareti imbiancate a calce; in un angolo, un ta-
volo di legno nero sormontato da una cassa conte-
176
nente grandi registri e alcune scatole verdi. Prese
una delle sedie di paglia che stavano addossate alla
parete e si mise a sedere. La mano che appoggiava
al tavolo era come agitata da un leggero tremore.
Quando si aprì la porta di fronte a quella da
cui era entrato, si irrigidì un po”. Era apparso Giu-
liano. A un cenno di Marcillac, il suo accompa-
gnatore lo fece accomodare poi se ne andò.
I due uomini, rimasti soli, faccia a faccia, si
guardarono. Giuliano per primo ruppe il silenzio.
— Avete chiesto di me?
— Sì, disse il giudice istruttore, andando dritto
al punto, ho qualcosa da consegnarvi.
Si frugò in tasca e tirò fuori una lettera che
porse al giovane.
Quest'ultimo, senza prendere il foglio, diede
un'occhiata all'indirizzo; poi, con un tono di per-
fetta tranquillità:
— Perdonatemi, vi sbagliate, questa lettera
non è per me.
Marcillac si morse il labbro.
177
— Allora, continuò, non ho bisogno di chie-
derle il permesso di aprirla.
E subito ruppe il sigillo.
Giuliano era un po’ preoccupato, perché aveva
riconosciuto la calligrafia di Clarissa, ma non
batté ciglio.
Il contenuto della lettera era il seguente:
«Amico mio,
» Cosa ci fate a V.? Siamo preoccupati. Tor-
nate presto. È necessario per lei e per voi
» CL. ».
Marcillac lesse attentamente queste righe con
gli occhi. Alle ultime parole si fermò. “Per lei!”
Chi poteva essere? Stava per accartocciare il fo-
glio, ma si trattenne e lo piegò lentamente:
— In effetti, disse, non è a voi che questa let-
tera è indirizzata. Parla di visite ad amici.
Giuliano non riuscì a trattenere un respiro di
sollievo.
— Ora, aggiunse Marcillac, che lo osservava
178
con gli occhi, non mi risulta che lei abbia amici
qui... Almeno questo avete dichiarato.
Il prigioniero tacque.
— Ah, disse fra sé Marcillac, dovrai parlare
prima o poi.
Si rigirò quindi con noncuranza sulla sedia e,
battendo le unghie sulla lettera chiusa, disse:
— Vedo che vi ostinate nel vostro silenzio.
Così sia. Non vi chiederemo di chiacchierare, se le
chiacchiere non vi piacciono. Grazie a Dio, le
spiegazioni che ci rifiutate le avremo presto da
una buona fonte.
Giuliano alzò la testa.
— Sì, sostenne Marcillac, dal vostro complice.
— Quale complice?
— La donna che ha trascorso con voi la sera
dell’11.
— Una donna, gridò Giuliano, è falso!
Mentre pronunciava queste parole si era al-
zato, ardente, imperioso, e una contrazione agi-
tava le labbra, diventate bianche.
179
— Come la ama! Pensò il giudice, per il quale
questa energica smentita era più che una
confessione.
E, con un pallore livido, ma restando calmo
sulla sedia, continuò:
— Perché negare? Abbiamo la certezza del suo
passaggio in albergo. L’abbiamo vista. Le sue
tracce, che le prove palpabili ci permettono di se-
guire, sono ora note. Ancora poche ore, forse un
attimo, e sarà nelle nostre mani.
— Errore! Errore! ripeté Giuliano. Metterete le
mani su un’innocente.
Poi Giuliano vide Elena barcollare davanti a sé,
Elena scoperta, disonorata, perduta, perduta per
colpa sua. Il sangue gli salì al cervello a questo
pensiero.
Marcillac agitò la testa con aria dubbiosa:
— Qui cè un solo colpevole! esclamò feroce-
mente Giuliano, c'è un solo colpevole: sono io!
Era il turno del marito di Elena di alzarsi.
— AN! disse, confessate?
180
— Ebbene, sì! disse Giuliano, confesso tutto.
Non cercate altrove un complice immaginario.
Ho fatto il colpo da solo, lo ammetto.
— Voi siete l’assassino del bell’Antonio?
— Sì. Ripeto che ho fatto tutto io, io, da solo;
vi dirò, se volete, come è successo; vi dirò quando,
perché, come.
Marcillac lo ascoltava a labbra strette. Andò ad
aprire una delle porte e chiamò:
— Michele, mandami il signor Liébaut.
Poi, voltandosi verso Giuliano:
— Il cancelliere prenderà immediatamente
atto della vostra dichiarazione.
Poi si rimise a sedere, e qualcuno meno tur-
bato di Giuliano avrebbe potuto scorgere un
moto di amara gioia nei tratti severi del suo volto.
Il cancelliere entrò, con la penna all’orecchio.
Prese posto davanti al tavolo, estrasse da una car-
tella grigia un grande foglio bianco in cima al
quale Giuliano poté leggere queste parole: Corte
181
imperiale; poi, dopo alcuni tratti preliminari di
penna, chiese il nome dell’imputato:
— Giuseppe Gutrin, disse Giuliano.
— AA! disse Marcillac, ve lo tenete stretto.
E seriamente:
— Ammettete di essere colpevole di aver assas-
sinato, alla locanda del Cappello Rosso, la sera
dell’11 ottobre, il signor Antonio Férou, un con-
tadino di Fresnois?
=
— Ammettete anche di essere colpevole di aver
rubato, nello stesso luogo e nello stesso giorno, il
contenuto di una borsa trovata vuota dietro uno
dei muri dell’albergo e che il suddetto Férou por-
tava con sé?
— Sì.
Giuliano si passò la mano sulla fronte dove il
sudore.
— Fornite i dettagli delle circostanze che
hanno accompagnato il delitto.
— Vi dirò tutto quello che ricordo, disse il gio-
182
vane con un sospiro. Ma non prometto di ricor-
dare tutto. In quel momento, vedete, non rispon-
devo di me. Sono salito in camera mia alle otto. Lì
sono rimasto a lungo da solo; prima ho aspettato
che il viaggiatore salisse; ho aspettato che si addor-
mentasse. Erano circa le undici quando sono en-
trato. L’uomo era a letto. Ha alzato la testa; allora
ho capito che dovevo liberarmi di lui. C'era un
coltello lì, l'ho preso...
— Scusate, una cameriera dell'albergo mi ha
detto che vi ha dato questo coltello a tavola, con il
coperto.
— AR! È possibile! Quindi ho tenuto il col-
tello. Quindi avevo ragione, visto che dovevo
usarlo.
— Ha sferrato un solo colpo?
— Solo uno, e poi sono scappato.
— Con i soldi?
— Con i soldi.
— E che ne avete fatto?
— Li ho nascosti.
183
— AN, disse Marcillac beffardo, dove?
— Vi mostro il posto.
Ci fu un attimo di silenzio, dopo il quale il
giudice istruttore riprese:
— Avevate già buttato via la borsa?
— Sì.
— Qual era il contenuto?
— Non lo so più; ve l'ho detto, ero fuori di
me.
Marcillac lo divorava con gli occhi.
— Continuate.
Giuliano proseguì.
Proseguì follemente, a caso, ma con disperato
calore, il racconto del suo delitto immaginario.
Alle domande di Marcillac, quali che fossero,
aveva sempre una risposta da dare; e il magistrato,
attento e ansioso, lo ascoltava.
Strano! Finché quest'uomo era rimasto in si-
lenzio, il giudice istruttore non aveva dubitato per
un momento della sua colpevolezza; e ora, al con-
trario, più quest'uomo parlava € più si autoaccu-
184
sava, più il dubbio invadeva la sua mente. Ma non
lo fermò.
In diverse occasioni avrebbe potuto mostrargli
levidente disaccordo di certe affermazioni: tut-
tavia non fece nulla. Ascoltava, serio, silenzioso, e
il suo labbro teso a volte abbozzava un sorriso
amaro.
Non era forse il suo inafferrabile rivale quello
che aveva lì, spaventato, davanti agli occhi; questo
Giuliano così spesso maledetto, così spesso invo-
cato! Non era forse questo felice rivale che sentiva
vigliaccamente umiliarsi davanti a lui? Gli piaceva
pensarlo, almeno. Per sfuggire ai suoi sospetti,
l'amante di Elena si coprì di vergogna e di igno-
minia. Quale vendetta più amara avrebbe potuto
sognare quell’uomo geloso!
Aveva subito dimenticato tutte le ipotesi che
in passato lo avevano spinto ad accusare il prigio-
niero con tanta sicurezza.
Non si chiedeva ora: “Sarebbe innocente?” Vo-
leva che lo fosse. Diceva a sé stesso: “Lo è!”.
185
Ed era l’austero magistrato, l’uomo della giu-
stizia e dell'equità a parlare a sé stesso nella sua
febbre. Sinistri abissi del cuore!
Una volta terminato l’interrogatorio, Giuliano
dovette sopportare la lettura del documento fatta
dal cancelliere con voce nasale, poi lo firmò e poté
finalmente ritirarsi.
Marcillac dal canto suo non tardò ad uscire
dalla cancelleria: aveva bisogno di respirare. L'aria
esterna calmava felicemente l’irritazione dei suoi
nervi. Allora si chiedeva se non avesse fatto solo
un brutto sogno o se, almeno, le idee che gli frul-
lavano nel cervello non fossero solo il frutto della
sua immaginazione sovreccitata.
Confrontò alcuni punti della testimonianza di
Giuliano con gli indizi che aveva raccolto lui
stesso e scoprì che coincidevano abbastanza bene.
Per quanto riguarda i punti che gli sembravano
ancora oscuri, non c'era nulla di sorprendente.
Chi è l’accusato che non si contraddice in buona
fede o tace di proposito? Chi è colui che, passata
186
la febbre del delitto, rimane consapevole di tutti i
suoi atti?
E così il dubbio, che prima era stato messo da
parte, a poco a poco si impadronì della sua mente.
Tornò a casa molto turbato, continuando a
dirsi: “Ma se è stato lui!” e pensando: “Alla fine lo
saprò. Mia moglie si tradirà anche lei!”.
Elena lo accolse sorridendo.
— Bene, le disse, il caso del Cappello Rosso è
praticamente chiuso. Il giovane arrestato ha ap-
pena confessato il suo crimine.
— AR! disse Elena con semplicità.
— Ha dato le informazioni più circostan-
ziate... Credevo che vi interessasse?
— Sì, disse Elena, quando pensavo che fosse
innocente; ma, dal momento che...
Lo disse con noncuranza, quasi con atten-
zione, mentre giudicava l’effetto dei fiori che stava
sistemando in un cesto.
Marcillac si stupì di tanta sicurezza. Pensò:
— Vedremo più avanti!
187
Quanto a Elena, quando il rumore della chiu-
sura della porta dell’armadio le assicurò che il ma-
rito non c'era più, gettò via i fiori che aveva ancora
in mano; poi, incrociando le mani, fissa, con le
pupille enormemente dilatate, si domandò:
— Perché ha confessato? Non avrebbe dovuto
farlo se non fosse stato spinto al limite. Ma gli sarà
stato detto che stavano rintracciando il suo com-
plice, che stavano cercando la donna. Allora avrà
parlato. Sì, non può che essere così.
Le sue dita intrecciate si torsero in una contra-
zione suprema, e lei gridò:
— ARL! miseria! miseria! Giuliano accusato di
omicidio! Quale atroce destino ci perseguita en-
trambi! E io ho dimenticato, per pensare solo a
me stessa, colui che così generosamente si dimo-
stra devoto... Che spirito vile sono! Ma lo salverò;
sì, cercherò il colpevole, lo troverò! È impossibile
che l'oscurità che avvolge questo misterioso de-
litto non si dissipi alla fine. Giuliano! Giuliano!
Ti amo! Non voglio che ti condannino!
188
XI
Salvare Giuliano! Come? Pensandoci, Elena ri-
chiamò alla memoria più volte, uno per uno, tutti
i dettagli della sera dell’11.
Ricordava esattamente i rumori che aveva sen-
tito e di cui Giuliano l'aveva quasi derisa per il
fatto di preoccuparsi: il cigolio di una porta
aperta, era evidentemente l’ingresso del colpevole;
l'urto di un corpo sul pavimento, era la caduta
della vittima.
Ora, dove era entrato l’assassino? Stava occu-
pando una delle stanze della casa? Era semplice-
mente entrato come lei?
Un dettaglio la colpì. La finestra aperta, che
aveva prodotto una corrente d’aria quando lei era
uscita, e che Giuliano aveva chiuso con la mano.
Seguendo il corridoio, quando era entrata, non
aveva notato alcuna finestra alzata. Infatti Giu-
189
liano la stava aspettando con la porta socchiusa.
Non c'era alcuna corrente d’aria.
Si fece strada nella sua mente l’idea che l’assas-
sino dovesse essere entrato dalla finestra. Con-
centrò tutti i suoi ricordi su questo punto.
Per abbassare la finestra, che era a ghigliottina,
lo rammentiamo, Giuliano aveva dovuto scuo-
terla un po’ bruscamente. Perciò era tenuta
ferma. Non dal cuneo, però, perché sarebbe ba-
stato uno scatto del braccio per farla cadere.
Tutto lascia presumere che il colpevole avesse
dovuto infilare qualcosa nella scanalatura per
mantenere la finestra in posizione mentre com-
piva il suo crimine, in modo da non doverla solle-
vare di nuovo per fuggire. Meno rumore, tempo
risparmiato: questo era naturalmente il doppio
vantaggio di una simile manovra.
Sì, è stato necessario fissare un piccolo oggetto
nella scanalatura per evitare che il telaio scivolasse.
Quale oggetto? Un nuovo ricordo colpì Elena.
Quello del pezzo di giornale, piegato, accartoc-
190
ciato, schiacciato, raccolto da Giuliano distratto
in fondo alla finestra, e che lei aveva ritrovato per
caso nella tasca del suo vestito. Che ne aveva fatto
di questo foglio? L'aveva gettato nella cenere. Per
fortuna era ancora lì. Lo ripiegò di nuovo, come
era prima, in modo approssimativo. Gli aveva
dato un morso per ricompattarlo. La forte com-
pressione di uno dei suoi lati indicava il sostegno
di un corpo pesante, come quello che avrebbe po-
tuto essere il telaio di una finestra. Poi lo aprì; e fu
mentre divorava la scrittura con gli occhi che lesse
ancora a matita sull’angolo strappato:
lunedì a tr...
giovedì dal signur...
— Questo foglio, pensò, proviene dalla tasca
dell'assassino; è lui che ha scarabocchiato queste
parole. Può trattarsi di una persona attenta, che
tiene un registro dei colpi fatti o da fare? “Giovedì
dal signur...”. Maledetto il margine strappato! se
avessi il nome, mi aiuterebbe un po”.
191
Le venne l’idea di andare a cercare il pezzo di
carta mancante. Che follia!
Dopotutto, il caso permette tante meraviglie!
Ma andare al Cappello Rosso, varcare ancora
una volta quella soglia come testimone della sua
colpa. Oh, no, no, mai! Gli sembrava che, in as-
senza, le mura l'avrebbero riconosciuta; che al suo
passaggio le pietre stesse si sarebbero alzate per
gridare: “Eccola! Eccola, la donna che cercate!”.
Tuttavia, aveva appena riletto le poche parole
incomplete scritte sulla carta stropicciata e, con
impazienza, aveva gettato il foglio lontano da sé,
quando, guardando casualmente il giornale locale
posato sul tavolo, si imbatté in una notizia che
iniziava così: “Lunedì scorso, a Treville...”.
L’analogia tra queste prime parole e quelle
scritte a penna sul margine del foglio sgualcito:
“Lunedì a tr...” la colpì stranamente.
Lesse con visibile ansia:
“Lunedì scorso, a Treville, un individuo
si è introdotto di notte nel giardino
192
adiacente del signor G., possidente.
Stava cercando di forzare una persiana
per entrare in casa, quando un
domestico, svegliato dal rumore, ha
sparato contro di lui. L'uomo ha avuto il
tempo di scappare, ma, dalle tracce di
sangue sul muro, riteniamo che sia stato
ferito piuttosto gravemente”.
— Che singolare coincidenza! pensò la signora
Marcillac. Lunedì, a Treville... È impossibile che
io non sia sulla pista del colpevole. Ma cosa! È
scappato. Lo troveranno? E se andassi a Treville?
Non è molto lontano, chiederei in giro, potrei sa-
pere qualcosa.
Entrò la sua cameriera. Le chiese:
— Quanto tempo ci vuole per andare a
Treville?
— A piedi, disse la cameriera, ben due ore, e
un po’ di più per tornare, perché c'è da salire. La
signora vuole andarci?
Elena non rispose.
193
— Se la signora vuole, posso ordinare una
carrozza.
— No, grazie. Lo chiedevo perché qui vedo il
nome Treville.
Mentre pronunciava queste parole, indicò con
noncuranza il giornale.
— Si parla dell’evento dell’altra sera? chiese cu-
riosa la cameriera.
— Ha sentito parlare del tentativo di rapina?
— Sì, signora, a casa di un cittadino del posto.
La comare Pinson ci ha raccontato tutta la storia
questa mattina. Sapete, la comare Pinson, che ci
ha portato il burro e le uova? È di Treville. Ah! Si-
gnora, pensate se ha fatto rumore in paese! Quasi
quanto l'omicidio del Cappello Rosso qui! Se non
è stato ucciso nessuno, ci mancava poco. Sembra
che il ladro sia in uno stato...
— Il ladro, disse rapidamente la signora Mar-
cillac, dunque è stato individuato?
— Ma non cè dubbio. È stato catturato ieri.
Non l’ha detto il giornale? Era riuscito a nascon-
194
dersi per due giorni e poi si è consegnato. Le ferite
gli facevano male. Pensate dunque, signora, una
scarica di pallettoni in testa! Lo hanno raccolto
che gemeva sulla strada. La comare Pinson ha vo-
luto vederlo. Non era un tipo molto raccomanda-
bile, vero? Beh, nonostante questo, disse che fa-
ceva pena a vederlo. È stato trasportato
all'ospedale.
— Qui, allora?
— Sì, signora, qui.
Elena lasciò che la cameriera esprimesse per un
attimo le sue lamentele sulle miserie della giornata
e sulla mancanza di sicurezza del posto; poi,
quando quella ragazza l’ebbe lasciata, andò rapi-
damente al suo guardaroba, si vestì in fretta e
furia e uscì. Le era venuta l’idea di andare all’ospe-
dale a trovare quell’uomo.
Non sapeva come si venisse ammessi all’ospe-
dale. Chiese della superiora e le disse:
— Signora, credo che ieri abbiate ricevuto un
195
uomo che era stato colpito da una pallottola... a
Tréville?
— Sì, signora, ieri sera. Un uomo che stavamo
cercando già da diversi giorni.
— È vero, signora. Posso vederlo?
— Il signor Marcillac è già venuto a interro-
garlo. Vi presentate a suo nome?
— AR! disse Elena, un po’ turbata, mi cono-
scete, signora?
Si riprese e disse con emozione:
— Sorella...
La suora, stupita, la guardò.
— Ebbene, continuò Elena, per oggi dimenti-
cate il mio nome. Non è la signora Marcillac, è
una sconosciuta che è venuta per chiedervi il fa-
vore di essere presentata a uno dei vostri pazienti.
— AR! disse la suora infastidita, mi dispiace
davvero che si tratti di questo.
— Si trova in isolamento?
— Non mi hanno detto nulla, ma il
pover’uomo è allo stremo delle forze. Il medico ha
196
raccomandato a Marcillac di non farlo quasi
parlare.
— È così grave?, disse Elena spaventata.
— Sì, e non so se è il caso di prendersela con
me... È un atto di umanità non lasciarlo
avvicinare.
Elena gli prese febbrilmente la mano.
— Sorella, se solo sapeste che atto di umanità
sarebbe lasciarlo parlare, se potessi dirvi...
Si nascose il viso tra le mani; poi, liberandosi
improvvisamente:
— Ah, sorella, devo vederlo!
La suora pensò un attimo, poi chiamò:
— Accompagnerete voi la signora (disse alla re-
ligiosa che si presentò) dal ferito di ieri sera, sa-
pete, l’uomo di Treville.
La suora chinò il capo; la signora Marcillac
inviò alla direttrice un caloroso segno di
ringraziamento.
Fu condotta in una grande stanza fino a un
letto con le tende chiuse. La suora le disse:
197
35h questo.
Elena sollevò una delle tende con la mano
guantata. Si sentì un gemito in fondo al letto e la
persona sdraiata girò la testa come per chiedere:
“Cosa c'è ancora?”.
Questo movimento gli fece provare un certo
dolore, come la signora Marcillac poté giudicare
dalla contrazione dei suoi lineamenti. Rimase im-
mobile, mezzo sollevato, piegando la testa bruna
sul petto, tutto avvolto nelle bende.
La signora Marcillac, reprimendo un moto di
repulsione, fissò la tenda alla testa del letto e, chi-
nandosi verso il ferito, chiese:
— Soffre?
— Ebbene, disse l’uomo con voce spenta, e
poi?
Non fu un inizio felice. Lei continuò
coraggiosamente:
— Non possiamo fare nulla per lei?
— Sì, mormorò, lasciatemi morire in pace.
Ci fu un attimo di silenzio.
198
— Per parlare di morte senza ulteriori disturbi,
disse amaramente la giovane donna, non lasciate
nessuno dopo di voi che vi ami, nessuno che vi
costi lasciare? Non avete moglie né figli?
— Nessuno, disse laconicamente il ferito.
— Pover’uomo! sospirò Elena.
Il moribondo sollevò la testa e la guardò negli
occhi.
— Sembrate una brava donna, disse. A Elena
tornò il coraggio. Si avvicinò.
— Siete voi il colpevole...
— Non dirò di no; ho confessato.
— Avete confessato, disse Elena, tremando.
Poi, tremando un po”:
— Tutto, disse l’uomo.
— Quindi anche il caso del Cappello Rosso?
— Quale Cappello Rosso?
Elena fece un movimento di disappunto. Ma
continuò:
— Ma sì, vi ricordate, vero? l'albergo di via
199
delle Tre Corone, la stanza al primo piano dove
dormiva il bell’Antonio.
Il moribondo la fissò.
— Ah, vi vedo arrivare, disse, volete farmi dire
delle sciocchezze. Vi dite: “Ha perso la testa, vuo-
terà il sacco, farà i nomi”. Eh no, non è così!
Elena sostenne il suo sguardo, stringendo la
mano dietro una delle pieghe del vestito.
— Per me, continuò l’altro, non fa differenza...
dove mi trovo! Ma tradire gli amici non va bene!
— Chi ha parlato di tradire gli amici? disse
energicamente Elena.
Le venne in mente un pensiero e aggiunse:
— Se, al contrario, fosse per salvarne uno?
— Un amico?
— Sì, un amico. Immaginate che sia creduto
colpevole di un crimine che non ha commesso,
che tutto lo accusi e che tutto sia falso. Domani,
forse, questo innocente sarà condannato; e al cri-
minale basterebbe parlare per restituire a questo
sventurato la vita e la libertà. Basterebbe che di-
200
cesse: “Il colpevole sono io!” Ma cosa significhe-
rebbe questa confessione per lui, convinto com'è
che i suoi giorni sono finiti?
— È a me che sono rivolte queste parole? disse
il moribondo, sollevandosi un po”.
La signora Marcillac fece un cenno di assenso
con la testa.
— Beh, non sono così malvagio come sembra.
Di che si tratta?
— Di un assassinio, lo sapete bene.
Si passò una mano sulla fronte, poi divenne
improvvisamente livido e si accasciò sul letto. Il
suo respiro era affannoso. Guardò la signora Mar-
cillac con espressione da ebete.
La suora, che era rimasta a distanza, si fece su-
bito avanti.
— Signora, è una delle sue crisi che gli ri-
prende, dovremmo lasciarlo stare.
— Ancora una parola, per favore.
— Il medico si è tanto raccomandato...
201
La signora Marcillac si chinò di nuovo sul mo-
ribondo e, con un accento pieno di supplica:
— Cercate, cercate bene... Un giovane assassi-
nato..., nella notte..., da un coltello..., otto giorni
fa.
Un tremito generale si era impadronito del
paziente.
— Lasciatemi andare, brontolò, lasciatemi
andare.
— Oh, signora, se ne vada, disse la sorella, tor-
nerà domani piuttosto. Non deve stancarlo.
— Bene, tornerò, disse Elena tristemente.
Il giorno dopo, non senza qualche speranza, si
presentò di nuovo alla porta dell’ospedale.
Quell'uomo, pur nella sua stessa brutalità, all'idea
di tradire i suoi amici aveva mostrato una indigna-
zione che gli dettava il cuore. Si era quasi com-
mosso al pensiero che un altro potesse essere con-
dannato a causa sua. In un momento di calma
avrebbe senza dubbio confessato.
La prima persona che la signora Marcillac
202
vide, entrando nell’ospedale, fu la suora che il
giorno prima l’aveva condotta dal moribondo.
— Posso rivederlo?
— Ahimè! disse la suora, l’infelice non deve
più render conto se non a Dio. È morto durante
la notte.
203
XII
Elena ricevette questa notizia con vera coster-
nazione. Tornò a casa prostrata, senza coraggio,
con il corpo e la mente esausti. La sua ultima spe-
ranza era svanita. La morte aveva appena cancel-
lato l’unica prova che, forse, poteva ancora testi-
moniare l’innocenza di Giuliano.
Dove cercare un’altra prova ormai? Che fare
adesso? Che fare? Si chiese, e la sua ragione scon-
volta rispose: «Niente!»
Per un attimo, fu dominata dalla disperazione,
non quella disperazione rumorosa e fugace che si
riversa in lamenti e lacrime, ma quell’oppressione
sorda, quella febbre lenta e spietata che non co-
nosce tregua.
I suoi pensieri divennero allora come quei fili
di paglia che il vento solleva e fa turbinare in un
cerchio incessante. C'era una specie di vortice ver-
204
tiginoso nella sua mente dove passavano e ripassa-
vano senza sosta le stesse immagini.
A volte era suo marito minaccioso, a volte Giu-
liano, coperto di vergogna, Giuliano, il suo amico
devoto, il confidente delle sue prime emozioni!
Nella sua lunga insonnia lo vedeva, a tratti, con
una camicia di forza rossa intorno alle spalle, o
con il collo rigato da un filo di sangue.
— Ebbene, si disse alla fine, lasciatelo morire!
lo stesso giorno, voglio morire anch'io!
Un languore invincibile si impadronì di Elena.
Non si sentiva più vivere. Nulla la soddisfaceva,
nulla di ciò che fino ad allora le aveva donato pia-
cere; era disgustata da ciò che aveva amato di più.
I suoi lineamenti, silenziosi rivelatori dello scon-
volgimento interiore, tradirono presto la sua sof-
ferenza. Quanto spesso, incontrandosi faccia a
faccia con sé stessa nel riflesso di uno specchio,
non tremava al pensiero che l'alterazione del suo
volto non facesse sospettare a suo marito il disor-
dine della sua mente!
205
Una mattina, mentre andava avanti e indietro
nella sua stanza, più oziosa che mai, più triste che
mai, dopo un leggero bussare alla porta, la came-
riera entrando le disse:
— Floquart, il giardiniere, chiede di parlare
alla signora.
— Che vuole? disse annoiata.
Sembrava temere che la cameriera potesse con-
siderare riferita a sé questa domanda, che invece
rivolgeva a sé stessa, così aggiunse bruscamente:
— Fatelo salire.
Nel breve attimo in cui restò sola, il cuore le si
strinse in petto.
Da lunga data disprezzava l'individuo di fronte
al quale stava per trovarsi; e, negli ultimi tempi,
questo disprezzo era aumentato anche a causa del
maggiore rispetto che gli doveva. Ma Floquart
aveva il suo segreto. Ora, Floquart era un uomo
che approfittava della sua situazione; lei lo aveva
percepito fin dal primo giorno, nelle parole ingiu-
riose che lui le aveva rivolto in risposta ai suoi rin-
206
graziamenti: «Dì, piccola mia, non dovrai fare più
la smorfiosetta adesso!» Più di una volta, ricor-
dando queste parole, aveva sentito il rossore salire
sul suo viso. Da allora, nei loro incontri casuali,
Floquart le aveva lanciato strane occhiate.
O vergogna! Si rivoltava al pensiero di poter
avere a che fare con quell’uomo! Così lo ricevette
a testa alta.
Floquart entrò con il cappello in mano.
— Signora..., disse umilmente.
Elena aspettò, prima di dire una parola, che i
passi della cameriera si perdessero per le scale.
— Avete qualcosa da chiedermi?
— Mio Dio, disse Floquart sorridendo, sono
venuto semplicemente come amico.
Elena trasalì.
— Sembrate turbata (continuò Floquart, che
il vino del mattino sembrava avere rallegrato);
perché non accogliete di buon grado chi vi rende
un favore? Vi sarebbe dispiaciuto se vostro marito
avesse saputo a chi avevo inviato il biglietto del Pa-
207
rigino, naturalmente; ebbene, non ho detto nulla.
Eccomi qui, senza rancore... Non è che non mi
abbiate trattato male, a volte. Ma non posso biasi-
mare le donne...
Mosse un passo verso Elena e, guardandola
dall'alto in basso mentre si accostava al tavolo,
disse:
— Soprattutto quando sono carine...
— Avete bevuto, stamattina, disse Elena,
respingendolo.
— Forse, ribatté Floquart, solo per non pen-
sare. La vita è così triste che bisogna rallegrarla un
po’. Un bicchiere da bere, una spalla da baciare,
fanno dimenticare parecchie miserie. Sono un po-
vero diavolo a cui manca tutto. Non ho famiglia,
nessuno mi ama, nemmeno voi; è un peccato!
Elena alzò la testa, disgustata.
— Che razza di linguaggio state usando?
Floquart non sembrò commuoversi.
— Signora, si fa come si può, non è vero? Non
conosco le buone maniere, non sono Un Moscar-
208
dino...? come l’altro; ma mi piacciono gli occhi
dolci e le mani bianche...
— Uscite! gridò la giovane, indicandogli la
porta.
— Bah, disse Floquart senza muoversi.
— Vi proibisco di restare qui un momento di
più! continuò Elena con virile energia.
— Chi mi fermerà? disse Floquart con voce
sorda. Vostro marito? L’ho visto uscire prima che
io entrassi. Una delle donne di casa? Chiamatele,
così potrò raccontare loro ad alta voce le storie cu-
riose della loro padrona...
— Beh, non avete intenzione di chiamare? Po-
trebbe divertirli, però.
La signora Marcillac si nascose la testa tra le
mani. All’improvviso si liberò ed esclamò:
— Che miserabile siete!
— OH! disse Floquart, brutte parole!
— Ma che volete come prezzo per il vostro si-
lenzio? Volete oro, gioielli? Parlate!
— No, all’inizio immaginavo qualcosa di me-
209
glio. Sognavo di stringere tra queste grandi mani
la piccola donna che mi guardava sempre dalla sua
altezza, quando ero piccolo, vicino a lei. Lei mi
umiliava. Va bene, siamo soli; faremo a turno!
Elena ebbe un moto di superba indignazione.
Gli occhi le lampeggiarono all'improvviso e, mo-
strando a Floquart le mani tese, disse:
— Fai una mossa, ti sfregio il viso!
Floquart si fermò come stordito al suono di
quella voce altera e vibrante.
La giovane donna era immobile, ansimante,
con il volto pallido, mentre l'emozione faceva bat-
tere le fragili ali delle sue narici.
Senza dubbio lo shock fu troppo forte per lei,
perché gli occhi le si chiusero improvvisamente.
Sentiva che stava per svenire. Poi, in uno slancio
supremo, afferrò la maniglia della finestra dietro
di sé e la spalancò.
L'aria le sfiorò delicatamente il viso.
Appoggiata all'angolo della finestra, con la
mano sulla ringhiera, si sentì tornare gradual-
210
mente alla vita. Fu con indicibile soddisfazione
che vide, dall’altro lato della strada, finestre aperte
con persone che andavano e venivano nei loro ap-
partamenti e altre che guardavano fuori. Quando
si voltò, dopo qualche istante, Floquart era seduto
tranquillamente in un angolo.
— Siete ancora qui?
— Sì, sto pensando. Prima la signora ha par-
lato di soldi.
Elena fece un movimento sprezzante.
— Che cosa vuoi? Non tutti nascono con la
camicia. Oziare senza far nulla, sorseggiare dolce-
mente dalla mattina alla sera, che bello! Ma senza
soldi, senza grana! Oh, il denaro, una cosa bellis-
sima! Me ne dareste tanti? L’accento con cui lo
disse spaventò la signora Marcillac.
— Quanto vi serve? chiese.
— Vediamo, sei biglietti da mille, basteranno?
— Dove volete che prenda tutto questo
denaro?
— Bah! disse Floquart con filosofia, si può
211
sempre trovare. Andiamo, si dice così, mia bella
signora? State esitando? Vi sbagliate. Non lascia-
temi il tempo di riflettere, potrei considerare che
non è ripagato.
— Sarà tutto, almeno?
— Un accordo completo. Può stare tranquilla.
Per prima cosa, la mia faccia non vi sarà più
d’intralcio per molto tempo.
— AR! una sorpresa, disse Elena.
— Mi annoio qui, disse Floquart, guardandosi
le scarpe.
— Pensavo al contrario...
— Sì, ho detto spesso che sono legato al paese.
Ho spesso rifiutato di lavorare altrove. Sono idee
che uno si fa così. Un giorno, allo stesso modo sei
felice di andartene.
— Andrà lontano?
— Nonlo so esattamente.
— Non avete in vista nessun lavoro?
— No... non ancora.
Tante domande non sembravano assoluta-
212
mente piacere a Floquart; così, per tagliar corto,
aggiunse bruscamente:
— Quindi siamo d'accordo sul prezzo. Ab-
biamo un piccolo saldo di una dozzina di franchi.
Ma non discuterò per così poco. Faremo seimila
franchi netti.
— Sta bene; ma non posso darle quei soldi
adesso, non li ho qui. Devo avere il tempo di
procurarmeli.
— AR! esclamò Floquart, capisco benissimo
che uno non ha seimila franchi con sé; tornerò
questa sera, se volete, o domani.
— Oh, domani! disse Elena, spaventata da un
preavviso così breve.
— Solo che, signora, deve capire che ho bi-
sogno di una prova di pagamento. Un giorno uno
è generoso, il giorno dopo ci si pente. Non è che
mi manchi la fiducia, ma gli affari sono affari. Do-
mani potreste non essere in grado di farlo; io me
ne vado: un amico verrebbe a reclamare il denaro
al mio posto. Bisogna avere una garanzia.
213
— Che volete?
— Solo un pezzo di carta.
Andò al tavolo, cercò un foglio bianco, si mise
a sedere, prese una penna d'oca, la intinse
nell’inchiostro e scrisse:
«Pagherò al signur Gianni Floquart...» .
Elena, che leggeva alle spalle di Floquart, rab-
brividi dal terrore. Gli occhi le si annebbiarono,
non vide altro che una parola, una sola, tracciata
davanti a lei con lettere di fuoco: «Signur!»
Signore con la 4. Che rivelazione inaspettata!
Era proprio la grafia della parola scarabocchiata
sul margine strappato del giornale raccolto ai
piedi della finestra la sera dell’11, quella singolare
grafia che l'aveva tanto colpita! E non solo Elena
trovò qui l’errore, ma, guidata proprio da questo
errore, trovò la scrittura.
Improvvisamente le balenò una luce inaspet-
tata. Prima ancora di riflettere, pensò: “Il colpe-
vole è Floquart!”.
Poi radunò subito insieme varie circostanze
214
che avvaloravano questa idea: la premura che il di-
sgraziato aveva messo nel depistare Marcillac
prima che lei potesse trovare un accordo con lui; il
suo gusto per l’ozio e l’ubriachezza; la sua cono-
scenza nei minimi particolari delle abitudini
dell'albergo; infine, la sua partenza inspiegabile:
tutto questo passò come un lampo nella sua
mente.
Convinta di aver finalmente afferrato il filo del
crimine, si domandò ancora: “È davvero possi-
bile? Non sono forse vittima di un'illusione? E
non era forse come se stessi sognando?” Proprio
nel momento in cui ogni speranza le sfuggiva di
mano, proprio nel momento in cui si vedeva
sempre più impotente e disperata, improvvisa-
mente il caso le aprì strade inaspettate; le fece toc-
care la tanto ricercata verità e, indicandole Flo-
quart seduto davanti a lei, Floquart che l'aveva ap-
pena dominata in modo odioso, le sussurrò
all'orecchio: “L'assassino, eccolo!” La gioia di
poter finalmente salvare Giuliano, la paura di sba-
215
gliare, il terrore di veder fuggire Floquart da lei,
tutte queste diverse e struggenti sensazioni colsero
Elena in un sol colpo. Era in piedi, sconvolta. Flo-
quart si girò e disse:
— Se volete firmare...
Cercò di scrivere il suo nome in fondo al fo-
glio, ma la penna le tremava così tanto nelle dita
che non ci riuscì.
— Vi faccio paura? chiese Floquart.
La signora Marcillac si irrigidì e firmò; poi,
prima di restituire il biglietto al giardiniere, lo
guardò ancora una volta e lesse;
«Pagherò al signur...».
Le sembrò più che mai di riconoscere nella
scrittura la stessa mano che aveva tracciato:
lunedì a tr...
giovedì dal signur
Piegò il foglio con calma e, porgendolo a Flo-
quart, disse:
— Partirete sicuramente domani?
216
— Sì.
— Edè per molto tempo?
— Ma certo, per molto tempo.
Lei assunse un'aria distaccata, poi gli chiese:
— Ah, è così! Chi la sostituirà?
— Ce ne sono due. Prima padre Henrion e poi
Pietro Louvet.
— Ha avuto molti giorni di lavoro?
— Sì, al mattino soprattutto.
— Dove va il giovedì, negli ultimi tempi?
— Da nessuna parte. Ah, sì; dovevo andare da
un certo Bernard, a Saint-Severin; ma non sono
partito per così poco. È come a Tréville, dove mi
avevano chiesto...
— AN! disse Elena, ascoltando con tutte le sue
orecchie, dovevate andare a Treville?
— Sì, lunedì... Come mi guardate!
Elena, infatti, non gli toglieva gli occhi di
dosso.
— È lui, pensò, è lui! E sono sola, e non posso
prenderlo per la gola, dirgli subito che conosco il
217
suo crimine, e consegnarlo ai carcerieri che lo
aspettano! Ma lo rivedrò, è solo un rinvio.
— A domani, dunque, mia bella signora, disse
Floquart, che teneva ben nascosto in tasca il suo
prezioso biglietto.
— A domani! disse Elena.
Lo vedeva andar via con una indicibile ango-
scia, poi ne ascoltava i passi pesanti sulle scale. E,
ogni volta che quel rumore, allontanandosi, le
giungeva meno distinto, le prendeva il folle desi-
derio di lanciarsi all'inseguimento di Floquart,
come se temesse di non ritrovare il giorno dopo la
preda che le era sfuggita.
Quando si aprì la porta del pianterreno, la sua
mano, che era già sul pomello della porta, spostò
il catenaccio. Si ritrovò sui primi gradini della
scala pronta a gridare: «Fermatelo, fermatelo!»,
ma avrebbe dovuto trattenersi.
Andiamo, pensò, sono pazza! Tornerà.
Restava così, con la mano sulla ringhiera, guar-
218
dando, fuori dalla finestra che si affacciava sul pia-
nerottolo, Floquart che attraversava il giardino.
Lui camminava, in apparenza tranquillo, mor-
morando una canzone, di cui alcune frasi colpi-
rono l’orecchio di Elena:
Fu una sera che la brunetta
Attraverso i campi andò soletta...
— Dove l’ho sentita? Ah sì, era in albergo, mi
ricordo... La voce di un ubriaco che non mi era
sconosciuta... La voce di un uomo che esce dal
caffè... Era prima del delitto! Dunque Floquart
non è rimasto fino all’ora di chiusura, come ha
cercato di convincermi... Perbacco! non poteva...
Sì, è davvero la sinistra canzone che mi ha ragge-
lata.
Costò caro alla brunetta...
E puntando il dito verso Floquart:
— AR! l'uccello del malaugurio, è stato lui!
219
XIII
Quando la signora Marcillac si sentì veramente
liberata dall’odioso giogo di Floquart, quando
ebbe fatto appello alla ragione per convincersi che
quel disgraziato non avrebbe potuto mancare di
tornare il giorno dopo, la sua impressione domi-
nante fu quella di un piacere sconfinato.
Giuliano stava quindi per essere sollevato
dall'accusa infamante che gravava su di lui; stava
per essere liberato, e da chi? Da lei! Che brusco
raggiro della sorte!
Fra tutta turbata, tutta incantata, tutta felice;
si sentiva rinascere: viveva!
Nel bel mezzo della gioia, però, le venne in
mente un pensiero. Come doveva comportarsi
con Floquart?
Doveva, per precauzione, denunciarlo subito
al marito o aspettare, per consegnarlo, fino alla
sua visita del giorno dopo? Ovviamente, era ne-
220
cessario avvertire il marito; ma in che modo? in
quali termini?
Cercò una soluzione e si sentì subito turbata.
Quale colpo poteva sferrare Floquart che non si
sarebbe ritorto contro di lei?
Poteva spiegare come le era stato rivelato il de-
litto, senza mettersi personalmente in scena?
Tutto ciò che doveva convincere i tribunali
dell'innocenza di Giuliano era un’ammissione
eclatante della sua presenza, di sé stessa, alla lo-
canda del Cappello Rosso la sera dell’ 11.
Quella canzone, udita sotto la finestra, che sta-
biliva con precisione l'ora dell’uscita di Floquart;
quei rumori significativi percepiti poco dopo nel
corridoio e nella stanza vicina; e soprattutto quel
ritaglio di giornale, quel pezzo di carta compro-
mettente raccolto sotto la finestra, che evidente-
mente era servito a sostenere l’intelaiatura della fi-
nestra mentre veniva commesso il crimine, erano
così tante prove che, forti nelle sue mani, si erge-
vano formidabili contro di lei.
221
Sì, tutto attestava la sua presenza in albergo.
Come spiegare cosa ci faceva lì?
Senza dubbio, poteva sporgere contro Flo-
quart una denuncia anonima; ma che peso
avrebbe avuto una simile denuncia senza la mi-
nima prova quando così terribili indizi accusa-
vano Giuliano?
Floquart, inoltre, doveva sentire da dove era
partito il colpo che lo aveva raggiunto. Allora
avrebbe ritrattato la sua precedente deposizione e,
rendendo noto a Marcillac l'esatto percorso della
lettera, gli avrebbe fatto apparire la sinistra verità.
Così, in qualunque modo Elena avesse rivelato
il segreto del delitto al marito, doveva cominciare
col denunciare sé stessa.
Per denunciare sé stessa, doveva andare da
Marcillac e dirgli faccia a faccia: «La donna a cui
avevate dato la vostra fiducia l’ha indegnamente
tradita. Questo nome che portate con orgoglio,
questo nome, puro fino ad ora, lei lo ha
compromesso».
222
Colpire quest'uomo in ciò che aveva di più
caro, il suo onore! Colpire sé stessa nel proprio or-
goglio! Doversi piegare, arrossire! E poi dilungarsi
in spiegazioni: «È successo così, e a tale ora». Do-
vendo fornire dettagli, forse! Che tormento!
L’idea di una simile confessione terrorizzava la
signora Marcillac. Confessare, che cosa terribile!
Fino a quel momento non aveva nemmeno osato
pensarci.
— Non farei mai una cosa simile, si disse. Che
il mio silenzio compri dunque quello di Floquart!
Chiuse gli occhi, come per gettare un velo tra
le sue visioni e sé; ma si levò una voce imperiosa
che ripeteva instancabile: “E Giuliano! E
Giuliano!”.
— Che vigliacca sono! esclamò alla fine, indi-
gnata con sé stessa. Quando Giuliano si dedica a
me con tanta generosità, dovrei restare in silenzio?
No, non si dirà che l'ho sacrificato al mio
egoismo; devo parlare; qualunque cosa accada,
parlerò.
223
Con questi pensieri Elena attese il ritorno del
marito. Ma qualunque fosse il suo proposito, per
quanto si sforzasse di farlo con fermezza, tutto il
suo coraggio la abbandonò non appena si trovò in
presenza di Marcillac. Rimase in silenzio e, implo-
rando sé stessa:
— Ancora un momento! Non ho tempo fino
a domani?
La sera passò così, e anche la mattina seguente;
ed Elena, piena di angosce, taceva, sempre sul
punto di tradire, e sempre trattenendo, fino
all'ultimo, il segreto fatale che stava per sfuggirle.
— Speriamo però che Floquart non rinuncil...
pensò. Per fortuna, il richiamo del guadagno deve
riportarlo qui. È lo stesso se già se nè andato? Se
un contrattempo, un incidente... non si sa mai
cosa potrebbe succedere...
Ma no, verrà. Verrà, e io non ho ancora detto
nulla a Marcillac; non ho detto nulla; e il tempo
passa, e tra un istante forse potrebbe essere
troppo tardi.
224
Improvvisamente la porta si aprì. Entrò suo
marito.
Marcillac era vestito, pronto per uscire. Si di-
resse verso Elena.
— Mi hanno detto che è ancora qui, signora,
quindi colgo l'occasione per affidarle alcuni docu-
menti che devono venire a ritirare più tardi. Ma
non si è cambiata d’abito? Pensavo che avesse pro-
messo di andare al concerto che si terrà tra poco.
— Sì, disse Elena, ma non ci andrò.
— Siete indisposta?
Lui la osservò con attenzione.
— No, disse lei, distogliendo lo sguardo.
Il marito le porse i fogli che teneva in mano; lei
li prese tremando.
— Softrite? disse Marcillac stringendo la mano
di Elena nella sua.
Si svincolò con forza. Lei si allontanò
rapidamente.
— No, ripeté, no, ve lo assicuro.
— Le vostre mani scottano!
225
Lei non rispose.
— Vi lascio, disse Marcillac, avviandosi verso
la porta.
Allora Elena capì che non era più possibile ta-
cere; che l'esplosione, per quanto ritardata, sa-
rebbe dovuta avvenire alla fine. Si alzò in piedi,
turbata ma determinata, e toccando il marito con
un dito mentre stava per aprire la porta, disse:
— Signore...
— Cosa c'è?
— Devo parlarvi.
— Che vi succede, signora? Sembrate fuori di
voi.
— Si tratta di cose gravi... molto gravi.
Marcillac cercò di sedersi. Non gliene lasciò il
tempo.
— Il giovane arrestato per l'omicidio com-
messo al Cappello Rosso, la notte dell’11, non è
colpevole del crimine per cui è imputato.
Il marito inarcò le sopracciglia.
226
— Come non colpevole! Eppure tutte le depo-
sizioni lo accusano.
— I testimoni si sbagliano!
— Ma lui stesso ha reso una piena confessione.
— Queste confessioni sono false! disse Elena.
Marcillac attese un attimo prima di rispon-
dere. Guardò in profondità negli occhi della
moglie.
— Che vi succede?
— Non sto parlando con leggerezza, disse
senza l'impressione di dare importanza all’enfasi
con cui era stata posta la domanda: se dico che
questo giovane è innocente, non è solo perché lo
suppongo, ma perché ne sono certa.
— Sicuro!, brontolò Marcillac con tono cupo.
Si trattenne e, cercando di sorridere, disse:
— Ci vuole una bella presunzione, signora!
Quante volte, io stesso, anche con le prove in
mano, ho ancora dubitato!
— Tuttavia, se dovessi indicarvi il colpevole...
227
Marcillac, con gli occhi fissi al muro, rimase in
silenzio.
— Vi state chiedendo, vero, chi possa essere?
Proseguì Elena.
— No, disse lentamente il giudice istruttore.
Mi chiedo quale interesse vi abbia spinta a cer-
carlo... o inventarlo.
— Inventarlo!
— Senza dubbio. L'individuo che stiamo trat-
tenendo non ha fornito le informazioni più detta-
gliate su come il crimine è stato commesso da lui?
Che cosè questo cosiddetto colpevole che si vor-
rebbe adesso mettere in mezzo alle mie indagini?
Vi siete sbagliata, signora. Vi siete lasciata raggi-
rare, senza dubbio, da persone che avevano inte-
resse a portarci fuori strada; ma la giustizia non
tiene conto degli interessi privati: continuerà il
suo corso. Finiamola qui, per favore.
Lui fece un passo come per ritirarsi. Lei lo
fermò e, con una voce che l'emozione faceva
tremare:
228
— Giustizia! dite voi, è in nome della giustizia,
è possibile! che vi rifiutate di ascoltare qualsiasi
nuova spiegazione che contraddica le vostre idee
preconcette. Tuttavia, se vi dico sul mio onore
che l’accusato è innocente, se vi dico che lo so, se
vi dico...
— Tacete! disse Marcillac, facendo il gesto di
chiudere la bocca.
— Se vi dico che ero lì! gridò Elena, tagliando i
ponti dietro di sé.
Un lampo di rabbia attraversò gli occhi di
Marcillac
— Lo so bene! disse.
— Lo sapevate! gridò Elena con un'esplosione
di rabbia, lo sapevate e avete taciuto! E il nome
dell’accusato, lo sapevate anche voi, forse?
— Giuliano Grandier, disse Marcillac con
amaro disprezzo.
— Sì, Giuliano Grandier, Giuliano, che è in-
nocente dell’atroce crimine di cui è accusato. Mio
Dio, nemmeno voi potete ignorare la sua inno-
229
cenza. Vi è ben nota... Vi piace credere a questi
falsi pretesti, non è vero? A queste false confes-
sioni che solo la devozione avrebbe potuto estor-
cere? Il caso vi ha lanciato il vostro nemico e voi lo
trovate una buona preda; vi ha fatto diventare
l'osservatore dei suoi giudici e, con gioia, dite a voi
stesso: “Sarà condannato!” Questa è la vostra ven-
detta, per voi. È indegno!
Marcillac voleva fermarla di nuovo con il suo
gesto.
— Parlerò lo stesso, disse Elena. Mi ascolterete
fino alla fine.
La giovane non era più padrona di sé stessa. Li-
bera ora da ogni freno, sbarazzatasi in un sol
colpo di tutti i terrori che appena un momento
prima l'avevano sopraffatta, si lasciava andare
senza freni al folle sfogo della sua anima indi-
gnata. Bollente di rabbia, altera, risoluta, guardava
il marito, facendo sibilare la sua voce chiara e vi-
brante intorno a lui come una frusta vendicatrice.
— È così che pensate di adempiere all’austero
230
mandato che vi è stato affidato! Sono dunque
questi i vostri pensieri, voi uomo di diritto, che
tutti qui salutano come l’immagine vivente
dell’onore!
Marcillac si nascose dolorosamente la testa tra
le mani. Si sentiva che dentro di lui era in corso
una lotta terribile.
Da una parte, il diritto, l'onestà, la giustizia;
dall’altra, tutte le sue idee di vendetta che si erano
accumulate per tanto tempo, e di giorno in
giorno si accrescevano in modo così sordo. Una
lotta di pensiero, struggente da considerare come
tutte le lotte di forza, una lotta mortale anche,
una lotta atroce!
— Sì, parlerò, continuò Elena ferocemente, e
se la vostra ragione si rifiuta di ascoltarmi, farò ap-
pello a tutto ciò che di leale e cavalleresco c'è in
voi. Mi aggrapperò alla vostra mente come un ri-
morso perenne. Vedremo se il sentimento di ge-
losia in un Marcillac è più forte di quello della ve-
rità. Ah, non aspettatevi il silenzio da me: quello
231
che dico qui, lo dirò ovunque, a tutti! Lo ripeterò
ovunque, a tutti!
Marcillac si tirò su con uno sforzo enorme.
— Gli altri, gridò, diranno, come me, che voi
siete pazza! Si chiederanno se sia sufficiente che
Giuliano Grandier sia il vostro amante per scagio-
narlo in tribunale; pretenderanno delle prove.
— Prove? Ho le prove.
— Conoscete il colpevole?
Il campanello era appena suonato. Andò alla
porta e la aprì.
— Si calmi, signora, disse Marcillac, stanno
arrivando.
Era la cameriera. Elena scambiò con lei
qualche rapida parola; poi, tornando dal marito,
disse:
— Volete conoscere l'assassino del
bell’Antonio?
Floquart apparve sulla porta rimasta aperta.
Gli corse incontro, lo afferrò per il colletto e lo
232
trascinò fino al centro della stanza con il ruggito
di una leonessa furiosa:
— Ecco, l’assassino del bell’Antonio, guardate!
Floquart, sorpreso, sconcertato, stordito, era
diventato livido. Barcollò all’indietro; ma Elena lo
trattenne con una presa di ferro.
Con uno scatto violento raddrizzò Floquart
che, inciampando, cadde ai piedi di Marcillac.
— Confessa, gli disse Elena, miserabile,
confessa!
Floquart balbettava parole insensate.
— Ah, cerchereste invano di mentire, perché le
prove sono nelle mie mani. Siete entrato dalla fi-
nestra, non è vero? Io ero lì!
E, ricordando gli indizi che il marito le aveva
dato il giorno dopo il delitto, continuò con voce
dura:
— Quando sei entrato nella stanza, l’uomo
stava dormendo. Io so tutto, vedi. Così hai cer-
cato nel tavolino, hai frugato tra gli effetti perso-
nali; stava ancora dormendo. Ti sei avvicinato a
233
lui, hai tastato il borsellino sotto il cuscino; hai ti-
rato il borsellino verso di te; l’uomo si è svegliato,
voleva difendersi; lo hai colpito... perché avevi un
coltello pronto. Da dove veniva questo coltello?
Floquart girò la testa di lato, facendo lampeg-
giare gli occhi rossi.
— Ah! Mormorò, voi avete visto...
— Da dove viene il coltello? disse Elena con
tono imperativo.
— Beh, l’ho preso dal tavolo, mentre il viaggia-
tore stava cenando...
— E dovè il denaro?...
— Basta, disse Marcillac, interrogherò io stesso
questo bandito. Vi prego solo di informare imme-
diatamente la polizia.
Floquart si alzò, con lo sguardo rivolto verso
Elena.
— Allora, disse con aria comprensiva, posso ri-
ferire tutto al signore?
— Ditegli tutto, rispose ad alta voce la signora
Marcillac.
234
Poi, a mezza voce, rivolta a suo marito:
— Adesso fate violenza alla vostra coscienza, se
potete!
235
XIV
Se Marcillac aveva potuto, fino ad allora, riu-
scire a nascondere a sé stesso la verità, sarebbe
stato impossibile che dopo l’interrogatorio di Flo-
quart avesse ancora dei dubbi. Quest'uomo forte
era abbattuto.
Restò a lungo immerso nei suoi pensieri, silen-
zioso, truce, dopo che la porta si era richiusa sul
vero assassino che i gendarmi stavano ammanet-
tando.
Alla fine, il marito di Elena si alzò, prese il cap-
pello e andò a fare una passeggiata in giardino.
Quando rientrò nella sua camera, non c'era più
traccia di turbamento in lui; era cupo, ma i suoi li-
neamenti riposati mostravano ferma decisione.
Si mise a tavolino e cominciò immediatamente
la stesura di un rapporto per ottenere dalla ca-
mera di consiglio la liberazione di Giuliano Gran-
dier, giustificandone l'innocenza. La notte lo sor-
236
prese impegnato in questo lavoro, che coscienzio-
samente completò senza un attimo di agitazione,
senza un sospiro, senza un lamento, sempre
freddo e misurato.
Prima di andare a letto, sistemò parecchi docu-
menti, scartandone alcuni, raccogliendone altri,
aggiungendo qualche annotazione.
Al mattino, uscì prima che sua moglie si fosse
alzata, fece due o tre commissioni rese necessarie
dall’urgenza della situazione, uscì di buonora dal
tribunale con un’ordinanza di non luogo a proce-
dere, quindi si recò in carcere, dove chiese che gli
fosse condotto Giuliano.
— Signor Grandier, gli riferì con freddezza,
siete libero.
Giuliano lo squadrò dalla testa ai piedi, con
stupore.
— Non si meravigli, proseguì Marcillac; il vero
colpevole è nelle nostre mani.
Il giovane mantenne un'aria di sfida, ma al
237
contempo ansiosa, come se sentisse che la sfor-
tuna si era abbattuta su di loro.
— Non siete voi l’assassino del bell’Antonio,
disse Marcillac, lo so ormai; ma voi siete l’uomo
che mi ha colpito in ciò che ho di più caro: siete
l'assassino del mio onore e, posso dire, della mia
felicità. Vi restituisco la libertà, nella mia co-
scienza di giudice; ma, nella mia coscienza di ma-
rito oltraggiato, vi odio e vi disprezzo!
— Signore! disse Giuliano, badate a non ol-
traggiare, insultando me, chi ha diritto al rispetto
di entrambi!
— Così sia; vi dirò soltanto, signore, che le
porte di questa prigione vi saranno aperte tra
poco; ma noi dobbiamo ritrovarci altrove. Non ci
saranno più un giudice e un accusato; ci saranno
due uomini che si maledicono a vicenda e che, da
oggi in poi, non dovranno mai più incontrarsi.
— AR! avete ragione, disse Giuliano, uno di
noi deve morire.
— È quello che mi sono detto, signore, prima
238
di venire qui. Vi propongo quindi l’unico duello
possibile tra noi, l’unico equo d'altronde, quello
che decide il caso. La pistola a tre passi, con una
sola arma carica: per voi va bene?
— Per me va bene.
— Porterò le pistole. Non crede che i testi-
moni siano utili?
— Per nulla.
— Dove vi troverò?
— Al bosco Fiorito, dietro al sobborgo di San
Severino.
— Fra quanto tempo?
— Fra un'ora.
— Ci sarò, disse Giuliano.
I due si separarono.
Marcillac tornò a casa, preparò le pistole, si-
stemò ancora diversi documenti.
Mentre apriva un cassetto, qualcosa colpì do-
lorosamente il suo sguardo, tanto che lo richiuse
ben presto.
Tuttavia, dopo un attimo di indecisione, lo
239
riaprì e ne estrasse un piccolo ritratto, che iniziò a
considerare con amara tenerezza. Era un ritratto
di Elena da giovane; mentre lo guardava, i suoi
occhi si oscurarono e una lacrima gli scese lenta-
mente sulla guancia.
— Ahi! pensò, se dovessi morire! Morire senza
rivederla! Oh no!
Aprì la porta, ma si fermò quasi subito sulla
soglia. Che gli avrebbe detto? Non avrebbe indo-
vinato, con la sua confusione, cosa stava
accadendo?
— Sarò calmo, pensò.
Fece un passo e si fermò, due passi e si fermò
ancora. Era oppresso, quasi vacillante. Infine, non
trattenendosi più, prese il coraggio a due mani e
andò difilato alla porta di Elena.
Al rumore dei suoi passi, la porta si aprì.
— Oh, signore, signore, non entrate, la signora
sta riposando... disse la cameriera spaventata, con
una mano fermò il suo padrone e con l’altra chiu-
deva la porta su di lui.
240
— Lasciate fare, disse Marcillac, fingendo di
scostarla.
— Ha appena avuto un attacco, povera si-
gnora! Ora sta un po’ meglio; sta riposando. Oh,
non svegliatela!
— Non la sveglierò, non si preoccupi.
E poiché la ragazza lo tratteneva ancora:
— Non voglio entrare, disse dolcemente. Che
la veda lì, solo ancora una volta, attraverso la
porta; è tutto ciò che chiedo.
La cameriera spalancò gli occhi guardandolo.
Era davvero il suo padrone che aveva sentito? Si
appoggiò alla porta, senza lasciare il pomello.
Marcillac fece un passo avanti.
Elena era in fondo alla stanza, distesa sul letto
con la lunga veste cadente, la testa pallida e stretta
in un groviglio di capelli neri. I suoi respiri brevi
facevano sporgere ripetutamente la seta scura del
corpetto sullo sfondo chiaro del lenzuolo. Le sue
mani, quasi diafane, nelle quali era stato ritagliato
241
l’ovale di un delicato cammeo, erano congiunte
come in segno di desolazione o di preghiera.
Marcillac la contemplò a lungo con angoscia, e
ogni volta che un sospiro di oppressione affiorava
sulle labbra della povera donna addormentata,
sembrava che tutta la sofferenza fosse per lui. A
un movimento di Elena, la cameriera le toccò la
mano.
— Addio, mormorò, miei amori infranti!
E, lanciando un ultimo sguardo alla stanza,
aggiunse:
— Addio anche a te, piccola stanza che prepa-
ravo con tanta cura per riceverla, piccola stanza
che poteva essere il nido della sua felicità!
Fuggiì, inseguito da questo pensiero. Di nuovo
solo nella sua stanza, prese il piccolo ritratto e lo
ricoprì, con frenesia, di baci e di lacrime.
Tuttavia, un rintocco del pendolo gli ram-
mentò che era ora di andare. Si asciugò gli occhi,
indossò il soprabito, mise il cappello e nascose
242
l’astuccio delle pistole sotto i vestiti come meglio
poteva; poi...
Poi, al momento d’uscire, si fermò ancora,
tornò verso il tavolino che aveva appena lasciato, e
su una pagina bianca scrisse:
« Elena, vi perdono».
Allora uscì e andò verso il bosco che gli aveva
indicato Giuliano.
Il tempo era triste, brumoso, umido. Mentre
camminava, Marcillac fu sorpreso dalla pioggia,
una pioggerella fine e penetrante. Affrettò il
passo, perché aveva freddo. Tutte le tenebre della
natura erano nel suo cuore.
Giuliano lo aspettava all’inizio del bosco, acco-
vacciato alla base di un albero. Alla sua vista, si
alzò. I due, senza dire altro, si salutarono.
— Da che parte? chiese laconicamente
Giuliano.
— Non importa; di là, se volete.
Passarono sotto gli alberi fino alla prima
radura.
243
Arrivati là, Marcillac si tolse il cappotto e, por-
gendo a Giuliano l’astuccio con le pistole, disse:
— Se volete caricarle...
— Quanti colpi?
— Due.
— Ecco a voi.
Giuliano prese l’astuccio e l’aprì.
Mentre preparava le armi, Marcillac tirò fuori
dalla tasca un blocchetto da cui strappò un foglio
su cui aveva scritto a matita:
« Chi di noi due dovesse soccombere, dichiara
in anticipo di essere stato ucciso in un combatti-
mento leale e prega che il suo avversario sia la-
sciato in pace».
Lo firmò Marcillac, quindi porse il biglietto a
Giuliano che stava terminando di caricare una
delle pistole. Giuliano prese il biglietto, chiese la
matita e lo firmò a sua volta.
— Adesso, siamo pronti?
Il giudice istruttore fece un segno di approva-
244
zione con la testa. Giuliano andò a prendere le pi-
stole, che offrì alla scelta dell’avversario.
Marcillac ne afferrò una e fece un passo
indietro.
— Sono abbastanza tre passi, che ve ne
sembra?
— Saranno due, se volete, disse Giuliano
avvicinandosi.
Stavano per abbassare le armi.
— Al momento di sfidare la morte, disse Mar-
cillac, non avete un’ultima volontà da affidarmi?
— Nessuna, disse Giuliano.
E aggiunse:
— Non avete altro da dirmi?
— Le sarei grato, disse Marcillac, se fossi col-
pito, di non farmi trasportare a casa. È un brutto
spettacolo quello di un moribondo o di un morto
per una donna. Sarete così gentile da informare
uno dei miei familiari, Vimeux, che vive qui vi-
cino. Chiunque saprà indicarvi la sua abitazione.
— Sarà fatto come desiderate, disse Giuliano.
245
Ci fu un attimo di silenzio struggente durante
il quale i due presero la mira.
Giuliano fece fuoco per primo. Marcillac
cadde.
Il giovanotto rimase immobile per un attimo,
guardando con terrore il sangue che sprizzava da
una ferita ricevuta da Marcillac alla testa e goccio-
lava dai capelli sul terreno umido.
Quando gettò la pistola per portargli soccorso,
il corpo non era altro che una massa inerte. Sbot-
tonò il panciotto del suo avversario, gli appoggiò
la mano sul petto: il cuore non batteva più. Al-
lora, richiuse le pistole, ricoprì il morto con il cap-
potto e riprese, piombato nello smarrimento, la
strada per la città.
* *
L'indomani mattina, al risveglio, fu consegnata
a Giuliano, nella camera d'albergo dove aveva pas-
sato la notte, una lettera la cui grafia lo fece
trasalire.
246
Strappò nervosamente la busta e lesse:
« Giuliano,
Nel momento in cui riceverete questa lettera,
io avrò già trovato rifugio in un convento. Non
cercate di rivedermi. Fra di noi scorre del
sangue».
FINE
247
1
3.
Note del curatore
Robert Lovelace è l'amante libertino protagonista
del romanzo Clarissa, or, the History of a Young
Lady (1748) di Samuel Richardson. Curioso che
appunto Clarissa sia il nome dell’amica confidente
di Elena.
Nell’originale si legge moncieur invece di monsieur:
“Une seule chose frappa madame de Marcillac, le
mot moncieur, écrit par un c.”.
Moscardini (Muscadins) erano chiamati (dal
profumo di muschio che preferivano) gli
aristocratici francesi, sostenitori della monarchia
durante la prima repubblica.
248
Notizia bio-bibliografica
Paul Parfait! (Parigi, 23 ottobre 1841 - 24 ottobre
1881), secondogenito di Élisabeth Charlotte Dal-
loyau e del giornalista e deputato Noél Parfait
(Chartres, 28 novembre 1813 — 19 novembre 1896),
compì gli studi in Belgio, dove il padre era in
esilio, ospite a Bruxelles di Alexandre Dumas,” di
cui anche Paul fu quindi segretario durante il
viaggio in Sicilia nel 1860.5 Riposa a Parigi nella
1. Silegga almeno il necrologio (4 novembre 1881) scritto
da Jules Troubat, Le blason de la Révolution, Paris,
Alphonse Lemerre, 1883, pp. 279-287.
2 Desumiamole notizie dalla prefazione di Jules Claretie
a Petit-Pierre, Paris, C. Lévy, 1884, pp. XIII.
3. Il nome di Paolo Parfait (così italianizzato) si legge nelle
memorie di Dumas in Sicilia al seguito di Giuseppe
Garibaldi, menzionato insieme a Edoardo Lockroy
come “compagni di viaggio” e definito “il più giovane e
ardente della brigata” (Memorie di Giuseppe Garibaldi
pubblicate d'Alessandro Dumas sulle note originali
fornitegli dallo stesso Garibaldi in Sicilia, Palermo,
Stamperia G. B. Gaudiano, 1861, vol. III, p. 66).
249
tomba di famiglia al cimitero di Père-Lachaise.*
Esordì come narratore a sedici anni con Les
trois présents du diable. Conte fantastique (1857).
Pubblicò quindi in volume: L assassin du bel An-
toine (Paris, Michel Lévy, 1873); La seconde vie de
Marius Robert (2° éd., Paris, M. Lévy, 1875);
L’agent secret (Paris, Calmann Lévy, 1877);° Les
audaces de Ludovic e altri racconti (Paris, C. Levy,
1878).
Notevole successo ebbe il saggio L'Arsenal de
la dévotion: notes pour servir à l’histoire des super-
stitions (8° ed. Paris, G. Decaux, 1876), seguito da
Le dossier des pèlerinages: suite de l'Arsenal della
dévotion (Paris, Chez tous les libraires, 1877) e da
4 Cfr. Jules Moiroux, Le cimetière du Père-Lachaise,
Paris, A. Maréchal, 1908, p. 264; Domenico Gabrielli,
Dictionnaire historique du Père-Lachaise, Paris, Les
éditions de l’amateur, 2002, p. 235.
5 Pubblicato nel volume di Claude Vignon, Cortes à
faire peure, Leipzig, Diirr, 1857, vol. II, pp. 171-215.
6 Uscito prima a puntate sulla rivista parigina “Le
Rappel”, dal num. 2131 (10 gennaio 1876) al num.
2223 (11 aprile 1876).
250
La foire aux reliques (Paris, Maurice Dreyfous,
1878). Autore drammatico, scrisse per il teatro: Co-
quetterie d'une beure (Bruxelles, Théàtre Molière, 6
novembre 1858); Le Zouave est en bas! (con
Édouard Lockroy; Parigi, Théàtre des Bouffes-Pari-
siens, 25 aprile 1868; ed. Paris, M. Lévy, 1868); Les
bottes du capitaine (Marsiglia, Théàtre du Gym-
nase, 4 maggio 1878; ed. Paris, C. Lévy, 1879); Les
Mouchards (con Jules Moinaux; Avignon, Théatre
de l’Ambigu-Comique, 9 giugno 1880).
Postumi: Croqguis Parisiens (Paris, Librairie il-
lustrée — Maurice Dreyfous, 1882); Petit-Pierre.
La maison du juif. La chouette. La morte fiancée
(pref. di Jules Claretie, Paris, C. Lévy, 1884).
Come giornalista, si firmò anche con gli pseudo-
nimi Richard Scott, de Morancez, Dick-Muller,
Francis Richard.?
7. Cfr. EdmondStoullig, Les Annales du thédtre et de la
musique, Paris, Charpentier, 1881, vol. 6, pp. 571-579;
Auguste Vitu, Les milles et une nuits du thédtre, Paris,
Paul Ollendorff, 1891, vol. 8, pp. 62-65.
251
Prima edizione
e traduzioni del romanzo
Il romanzo uscì per la prima volta in Francia
nel 1869 come fezilleton, sulla rivista “Le Gau-
lois” di Parigi, a. II, dal num. 457 (5 ottobre
1869) al num. 482 (30 ottobre 1869). Fu pubbli-
cato quindi in volume da Michel Lévy nel 1873
(la mia traduzione è conforme a questa edizione).
Ho rintracciato finora tre traduzioni, tutte
anonime. La prima, in lingua tedesca, con il titolo
Der Mord im Nebenzimmer (“L'omicidio nella
stanza accanto”), nel settimanale “Illustrirtes
Kreuzerblatt® di Augusta, a. IV, 1871, dal num.
40, pp. 158-19, al num. 52, pp. 206-208.’ La se-
8. Georges d’Heylli [Antoine Edmond Poinsot],
Dictionnaire des pseudonymes, Paris, Dentu, 1887, p.
402.
9 Silegge quindialle pp. 61-164 di un volume
(pubblicato senza indicazione di data, ma 1871, a
Berlino da B. Brigl) che contiene anche il racconto Fix
verrathenes Herz di Ernst Pitawall, pseudonimo di
Eugen Hermann von Dedenroth (5 marzo 1829 - 16
252
conda, in italiano, con il titolo Notte sciagurata!,
su “L’Adige” di Verona, dal n. 161 (16 giugno
1883) al n. 196 (21 luglio 1883).!° La terza,
sempre in italiano, con il titolo L'assassinio del
bell'Antonio. Romanzo di Paolo Parfait, apparve
dieci anni dopo su “La Tribuna: supplemento il-
lustrato della Domenica”, a. I, dal num. 13 (26
marzo 1893), pp. 103-104, al num. 19 (7 maggio
1893), pp. 151-152.
Il romanzo di Parfait diede materia! al dram-
ottobre 1887).
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Non mi è stato possibile consultare personalmente la
rivista; ho desunto la notizia dalla tesi di dottorato di
Marianna Bringhenti, Letteratura e cultura nei periodici
veronesi di fine Ottocento, Università degli Studi di
Verona, Dipartimento di Filologia, Letteratura e
Linguistica, Dottorato di ricerca in Letteratura e
Filologia (coordinatore Giuseppe Chiecchi), Ciclo
XXIII, 2011, p. 146, nota 225.
«M. Victorien Sardou a du malheur. Ne voilà-t-il pas
M. Paul Parfait, un de nos jeunes littérateurs les plus
estimés, qui réclame sa part de paternité de Ferréol ?
Une lettre, qui paraît dans les journaux, raconte que le
sujet et les personnages de la pièce sont empruntés à un
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maturgo Victorien Sardou (Parigi, 5 settembre 1831 —
8 novembre 1908) per la composizione del dramma
giudiziario poliziesco Ferréol (1875), che ne ri-
calca la trama.!° Dall’opera teatrale di Sardou fu-
rono ricavate quarant'anni dopo le sceneggiature
roman publié en feuilleton, en 1869 et en volume en
1873. Qu'en dit M. Sardou? Franchement, il ne suffit
pas, pour avoir le droit de prendre les Pommes du
voisin, de savoir les faire cuire» (“Paris à l’eau-forte:
actualité, curiosité, fantaisie”, Paris, R. Lesclide, vol. 8,
num. 135, 28 novembre 1875, p. 94: “Victorien Sardou
è sfortunato. Paul Parfait, uno dei nostri giovani
scrittori più stimati, non rivendica la sua parte della
paternità di Ferréol? Una lettera, apparsa sui giornali,
dice che il soggetto e i personaggi dell’opera sono stati
tratti da un romanzo pubblicato a puntate nel 1869 e
in volume nel 1873. Cosa ne dice Sardou? Francamente
non basta, per avere il diritto di prendere le mele del
vicino, saperle cucinare”). Il dramma di Sardou però a
sua volta potrebbe risalire ad un precedente racconto:
Un début dans la magistrature, di Jules Sandeau (Paris,
Michel Lévy, 1863), rielaborato tuttavia in maniera tale
che «the plot was unrecognisable» (Jerome Alfred
Hart -, Sardou and the Sardou Plays, Philadelphia-
London, J.B. Lippincott Company, 1913, p. 316).
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per tre film. Il primo, con il titolo Ferreol, fu gi-
rato in Italia dal regista Edoardo Bencivenga
(Roma, Caesar Film, 1916). Il secondo è: Ferreol.
Ein Kampf zwischen Liebe und Pflicht (“Ferréol.
Un conflitto tra amore e dovere”), sceneggiato e
diretto da Franz Hofer (Berlino, Olaf-Film
GmbH, 1920). La terza versione cinematografica
è procurata da Lothar Mendes, regista di A Night
of Mystery (“Una notte di mistero”, sceneggiatura
di Ernest Vajda e Herman J. Mankiewicz, Para-
mount, 1928).
Sennonché, come dichiara J. Claretie recen-
sendo il romanzo," Parfait sembra abbia derivato
12 Tradotto in italiano da Vittorio Bersezio: Ferréol:
commedia in quattro atti, Milano, Libreria editrice,
1879; Milano, Treves, 1897. Si legga la recensione di
Augusto Franchetti nella Rassegna drammatica della
“Nuova Antologia”, XXXI, 4, 1876, pp. 894-896.
13. Jules Claretie, Bulletin bibliographique,
“L’Illustration”, a. 31, vol. 62, num. 1599, 18 ottobre
1873: «La Chambre bleue, de Prosper Mérimée, nous
montrait deux amoureux fort dépités en entendant,
dans une chambre d’auberge, le bruit de la chute d’un
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a sua volta l’idea portante del romanzo (l’incontro
degli amanti nella stanza d’albergo, con l'omicidio
nella camera accanto) dal racconto di Prosper Mé-
rimée, La Chambre bleue, pubblicato nel 1866.
corps et se croyant les témoins de auditu d’un crime
commis, pour parler comme au théàtre, à la cantonade.
Ce que Mérimée prit au comique, M. Paul Parfait l’a
pris au tragique dans ce roman [...] très-rapide, très-
émouvant, écrit d’un style preste et pittoresque. C'est
un roman tout à fait attachant qui, transporté au
théatre, ferait un excellent drame. Je féliciterai surtout
M. Paul Parfait d’avoir écrit lì, non pas un récit de cour
d’assises, comme nous en avons tant et trop lu, mais un
roman de passion où la perspective du supplice ne fait
que montrer sous un jour plus sympathique les nobles
caractères des personnages. Il y a un écrivain
remarquable et un romancier de race chez M. Paul
Parfait, qu'on connaissait déjà pour un polémiste
érudit, spirituel et incisif» .
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Crediti
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L'assassino del bell’Antonio
Il dell’Antonio è un giovane sui ventiquattro anni, figlio di un ricco
possidente. Per occuparsi degli aftari del padre si reca a V., dove, nella
locanda del Cappello Rosso, viene ucciso durante il sonno. Sulla vicenda
inizia a indagare il giudice istruttore Marcillac. Il primo esito dell’inchiesta
porta a sospettare come esecutore dell'omicidio un uomo, la cui vera
identità costituisce per il giudice una sconvolgente rivelazione.
Paul Parfait
Paul Parfait (1841-1881) compì gli studi in Belgio, dove il padre, il
giornalista e deputato Noél Parfait, era in esilio, ospite a Bruxelles di
Alexandre Dumas, di cui anche Paul fu quindi segretario durante il
viaggio in Sicilia nel 1860. Esordì come narratore a sedici anni con Les
trois présents du diable. Conte fantastique (1857). Pubblicò poi: L'assassin
du bel Antoine (1869), La seconde vie de Marius Robert (1875), L’agent
secret (1877), Les audaces de Ludovic e altri racconti (1878); postumi:
Croquis Parisiens (1882) e Petit-Pierre (1884). Notevole successo ebbe il
saggio L’'Arsenal de la devotion: notes pour servir à l'’histoire des
superstitions (8° ed. 1876), seguito da Le dossier des pèlerinages (1877) e La
foire aux reliques (1878). Scrisse anche per il teatro. Riposa a Parigi nella
tomba di famiglia al cimitero di Père-Lachaise.
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